Da Roma a Taverna…il “San Giovanni Battista” del Caravaggio nella patria di Mattia Preti

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Michelangelo Merisi da Caravaggio, San Giovanni Battista nel deserto, 1603- 1606, olio su tela; cm 97x 131, Roma, Galleria Nazionale d'Arte Antica di Palazzo Corsini, inv. 433.

Michelangelo Merisi da Caravaggio, San Giovanni Battista nel deserto, 1603- 1606, olio su tela; cm 97x 131, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Corsini, inv. 433. Nella foto lo si vede in mostra al Museo Civico di Taverna (Cz) – Ph. Alessandra Scriva | Photogallery a fondo pagina

di Alessandra Scriva

La scorsa domenica un cielo azzurro timidamente soleggiato ha regalato una tiepida giornata di primavera calabrese, tanto da invogliare me e i miei amici storici e appassionati d’arte a visitare un luogo, che da molto tempo era contemplato fra i nostri desideri: il Museo Civico di Taverna, a Palazzo San Domenico. A fine marzo in questo accogliente paesino, ubicato ai piedi della Sila Piccola in provincia di Catanzaro, è stata presentata da Vittorio Sgarbi la mostra “Caravaggio e Mattia Preti a Taverna: un confronto possibile”, a cura di Giuseppe Valentino e Giorgio Leone con il contributo di Rossella Vodret e Caterina Bagnato.

Questo momento trepidamente atteso non solo dalla stessa comunità, ma anche dall’intera Regione, che ha visto un sogno  divenire realtà – il debutto di Caravaggio in Calabria –  è un evento eccezionale realizzato grazie alla sinergia e all’amichevole collaborazione tra il Museo Civico di Taverna e la Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Corsini di Roma.
L’arrivo a Taverna di “San Giovanni Battista nel deserto” del Caravaggio – versione meno nota rispetto ad altre, ma non meno preziosa ed enigmatica – si inserisce nei festeggiamenti del quarto centenario dalla nascita di Mattia Preti e del venticinquesimo anno di attività del museo. La mostra mette a confronto l’iconografia di San Giovanni Battista realizzata dai due maestri del XVII secolo.

L’opera del Caravaggio è posta all’interno del Museo Civico ed è datata 1603- 1606, mentre quella del Nostro scelta per il confronto, ossia “La predica di San Giovanni Battista con l’autoritratto di Mattia Preti” (1672) è incastonata in fastosi e grandiosi altari lignei, intagliati e dorati, nella navata laterale sinistra della monumentale Chiesa barocca di San Domenico, articolata in ricchissimi piani ornati da stucchi. Oltre a questo dipinto, nella chiesa vi sono alcune delle tele più belle di Mattia Preti restaurate nel 1930: il “Miracolo di San Francesco di Paola”, il “Cristo Fulminante”, la “Crocifissione”, la “Madonna del Rosario”, il “Martirio di San Sebastiano“, la ”Madonna del Carmelo”, il “Martirio di San Pietro di Verona”, la “Madonna della Purità”, l’ “Eterno Padre Benedicente”.

Il dipinto del genio lombardo, protagonista assoluto di queste giornate, è collocato nel cuore del museo. Il visitatore dopo aver fatto un breve percorso e ammirato opere di artisti vicini a Mattia Preti si ritrova improvvisamente davanti ad un “sipario“ aperto: superato un passaggio arcato gli occhi puntano tutti sull’unica scena, rimanendo basiti, attratti, catturati dalla magnifica bellezza del San Giovanni, illuminato come da una luce sovrumana.  Il Santo raffigurato con un taglio intimistico e a grandezza naturale, è un giovane, post-adolescenziale, i capelli spettinati coprono i suoi occhi, il volto è imberbe, innocente; riusciamo a scorgere solo il profilo in ombra di un ragazzo che, solitario, sembra immerso in un ambiente ostile e desolato. San Giovanni è coperto da un perizoma bianco e da un mantello rosso dai bordi sdruciti che probabilmente gli cingeva le spalle, ma nel movimento dell’azione sembra essergli scivolato, ponendo, così, in piena luce il torso e le braccia.

Non si distingue il suo sguardo, che si direziona verso qualcosa alla sua sinistra fuori scena, ma nel contempo si percepisce l’attimo e l’emozione che emana in questa sua posizione in bilico. Pare essere nell’atto di uno scatto, che lo porta a scostarsi lateralmente o in avanti, questo si intuisce dall’inclinazione delle gambe e dalla rotazione del busto. Il bacino, infatti, si trova quasi all’estrema sinistra mentre la mano destra si poggia facendo leva per non perdere l’equilibrio e si allunga verso la croce di canna in tralice, ristabilizzando con il contrappeso l’asse piramidale della composizione, che ha come vertice la testa del Santo, che discendendo trova corrispondenza alla base con il ginocchio destro in primo piano. La punta del ginocchio nudo emerge dal cono d’ombra grazie a pennellate di luce, che gli conferiscono un effetto naturalistico di forte impatto. Accanto alla croce, in secondo piano, sono illuminate da una luce flebile una ciotola e delle pietre di diversa dimensione, mentre sullo sfondo sovrasta scurissimo un arbusto dai lunghi rami secchi e nodosi.

L’interpretazione iconografica è singolare e ricercata: evidentemente, Caravaggio voleva illustrare il Santo in giovane età durante la sua vita nel deserto dove, secondo quanto sì è ricostruito attraverso i testi esegetici e devozionali, restò per un lungo periodo, cibandosi di cavallette, miele selvatico e di tutto quello che gli poteva offrire quell’infertile luogo, finché per ispirazione dello Spirito Santo giunse alla comprensione e all’annuncio del Verbo. L’indice della mano che tocca la canna, a questo punto, diviene elemento essenziale e utile per la comprensione iconografica, perché si pensa che in questo dito s’impernia l’incarnazione di Cristo da parte del Battista contenuta nei Vangeli (Gv 1,29;36).

Al momento è ostico decifrare come l’artista abbia deciso di impegnarsi in questa rappresentazione alquanto ‘anticonformista’ e ‘originale’ rispetto a quelle che, nel tardo Cinquecento e nei primi anni del Seicento, si era abituati a vedere. Lo studio interpretativo sembra coerente con il dipinto, che vede raffigurato alle spalle del Santo l’albero cavo in cui le api in natura formano i favi del miele raccolto nella ciotola, che vediamo poggiata sulla nuda roccia. Molti sono ancora gli interrogativi e i dubbi che si affastellano nella mente degli studiosi. Ciò che a prima vista si nota è la mancanza del vello di cammello, che solitamente insieme alla ciotola e alla croce di canna sono gli attributi allegorici del Santo, ma questa scelta iconografica del Caravaggio non suscita molto stupore poiché vi sono casi di altri dipinti in cui egli ne è del tutto sprovvisto. Interessanti, sotto questo profilo, sono le pietre, che messe in risalto da lunghe pennellate di biacca sembrerebbero riferirsi alla vita di penitenza che San Giovanni condusse nel deserto.

L’artista, nel dipingere questa tela, continua a superare le aspettative di tutti, dando prova perpetua della sua maestria nella padronanza dell’utilizzo dei chiari e degli scuri e nell’imitazione della natura, rivestendo però il tutto di uno stato malinconico quasi classicista.

Le pieghe volumetriche dei panneggi riescono a creare una sensazione tattile di ruvidezza, che si vorrebbe provare con mano. Lo sfondo in ombra rigetta in primissimo piano il torace e le braccia del Santo, creando un risalto cromatico dell’epidermide illuminato da una luce divina.

Purtroppo, di questo “San Giovanni Battista” mancano riferimenti diretti, sia da parte delle fonti, che delle documentazioni antiche relative al Caravaggio. Di certo sappiamo che compare per la prima volta nell’inventario della collezione Corsini del 1784, precisamente nell’appartamento del principe Bartolomeo. Al numero 111 di questo elenco è citato «un S. Giovanni Battista. Stile di Caravaggio». In seguito da altre indicazioni inventariali cambieranno le considerazioni attributive, trasformate da “stile di” a “di” Caravaggio. Nel 1812 risulta nella quadreria del palazzo della famiglia fiorentina, e solo nel 1927 Roberto Longhi, sulle sole basi stilistiche, la inserisce fra gli autografi del pittore lombardo; da quel momento in poi inizia l’effettiva storia dell’opera.  La tela, per confronti formali e tecnico-esecutivi si situa nell’arco cronologico a partire dal 1603 fino agli inizi del 1606 e al momento è in attesa di migliori conoscenze archivistiche.

Dopo questa bellissima visione proposta da un’artista alternativo alla tradizione qual è il grande Caravaggio, continuo il mio percorso all’interno delle accoglienti e antiche sale del Museo Civico di Taverna per trovarmi inaspettatamente nel Settore B, ovvero quello dedicato all’Arte Contemporanea. Rimango affascinata e deliziata da artisti e scultori come Ercole Drei, Lia Drei, Francesco Guerrieri, che con il suo “Interno d’artista”, del 2001, ha rievocato “Lo Studio” (1967), opera di Giulio Paolini, il più grande artista concettuale italiano.

Proseguo, fino ad arrivare, in un crescendo di emozioni, nell’ultima sala, in cui sono esposte altre opere di famosi artisti locali che hanno voluto omaggiare Caravaggio nel loro stile contemporaneo: Giuseppe Rocca “La corte” 2005, Carlo Fusca “Studio per Cronica di Taverna” 2013, Lucio Parrillo “Natura morta ma non abbastanza” 2013, Antonio La Gamba “1610 dalla violenza l’arte, 2015 dall’integralismo la morte dell’arte” 2015, Giuseppe Celi “A.E.D. 15” 2015, Giovanni Marziano ”Incontro imprevedibile”, del 2015.

La mostra proseguirà fino al 3 maggio 2015, quindi invito tutti i lettori di Famedisud a coglierne l’occasione per andare a visitare anche le straordinarie opere del Museo Civico di Taverna: questo evento è infatti quanto mai importante per l’arricchimento culturale e artistico della nostra regione. Mi auguro, perciò, che sempre più spesso le Amministrazioni Comunali possano patrocinare preziose iniziative come questa per incentivare il senso di appartenenza al nostro territorio e far conoscere la meravigliosa storia che esso conserva.

Info e prenotazione visite: Trischene Servizi Integrati 327.9269883 – trischenemuseocivicotaverna@gmail.com – Direzione Museo: 0961.023650; museotaverna@libero.it

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Da Roma a Taverna...il “San Giovanni Battista” del Caravaggio nella patria di Mattia Preti

Locandina della mostra "Caravaggio e Mattia Preti a Taverna: un confronto possibile”, Taverna (Cz) 25 marzo - 3 maggio 2015

Da Roma a Taverna...il “San Giovanni Battista” del Caravaggio nella patria di Mattia Preti

Monumento a Mattia Preti e torre dell'orologio, Taverna (Cz) - Ph. Alessandra Scriva

Da Roma a Taverna...il “San Giovanni Battista” del Caravaggio nella patria di Mattia Preti

Scorcio panoramico di Taverna (Cz) - Ph. Alessandra Scriva

Da Roma a Taverna...il “San Giovanni Battista” del Caravaggio nella patria di Mattia Preti

Interno della chiesa di S. Domenico, Taverna (Cz) - Ph. Alessandra Scriva

Da Roma a Taverna...il “San Giovanni Battista” del Caravaggio nella patria di Mattia Preti

Opera di arte contemporanea ispirata al S. Giovanni di Caravaggio - Ph. Alessandra Scriva

Da Roma a Taverna...il “San Giovanni Battista” del Caravaggio nella patria di Mattia Preti

Opera di arte contemporanea ispirata al S. Giovanni di Caravaggio - Ph. Alessandra Scriva

Da Roma a Taverna...il “San Giovanni Battista” del Caravaggio nella patria di Mattia Preti

Opera di arte contemporanea ispirata al S. Giovanni di Caravaggio - Ph. Alessandra Scriva

Da Roma a Taverna...il “San Giovanni Battista” del Caravaggio nella patria di Mattia Preti

Opera di arte contemporanea ispirata al S. Giovanni di Caravaggio - Ph. Alessandra Scriva

Da Roma a Taverna...il “San Giovanni Battista” del Caravaggio nella patria di Mattia Preti

Visione di Taverna (Cz) al crepuscolo - Ph. Alessandra Scriva

Da Roma a Taverna...il “San Giovanni Battista” del Caravaggio nella patria di Mattia Preti

Visione di Taverna (Cz) al crepuscolo. A sin. la statua bronzea di Mattia Preti - Ph. Alessandra Scriva

Da Roma a Taverna...il “San Giovanni Battista” del Caravaggio nella patria di Mattia Preti

Copertina del catalogo della mostra "Caravaggio e Mattia Preti a Taverna: un confronto possibile”, Taverna (Cz) 25 marzo - 3 maggio 2015

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