Che c’importa di Faillo?! Le radici greche di Crotone nel nome di un celebre atleta-guerriero

L'atleta Faillo (al centro) ritratto sull'anfora di Euthymides (lato B), VI sec. a.C.

Fig. 1 | L’atleta Faillo (al centro) ritratto sull’anfora di Euthymides (lato B), VI sec. a.C., Antikensammlung, Monaco

di Margherita Corrado*

Il Cranio di Carìa (Girifalco, Cz) in una vecchia esposizione, Museo Archeologico di Crotone

Fig. 2 | Il Cranio di Carìa (Girifalco, Cz) in una vecchia esposizione, Museo Archeologico di Crotone

Non è facile affiancare un testo sensato e di qualche interesse per il lettore al commento verbale del Direttore dei musei archeologici di Crotone, ripreso dalla stampa locale, che plaude al rientro in città del Cippo di Faillo. Con pudore, il funzionario tace del suo ruolo, decisivo affinché al cranio neolitico di Carìa (presso Girifalco, CZ) (fig. 2), crotonese per un’adozione ormai storicamente consolidata, essendo stato rinvenuto da Armando Lucifero nel 1899 (fig. 3), fosse associata, come già nell’espatrio forzato di dicembre 2015 alla volta del Museo di Reggio Calabria, la mezza ancora in pietra che un tale Faillo dedicò a Zeus Meilichios circa 2500 anni fa. Fortunatamente, al levarsi delle proteste della cittadinanza (fig. 4), il Ministero ha deciso la restituzione di entrambi i reperti, attuata già a fine gennaio 2016, consentendo di ricollocarli in tempi brevissimi l’uno nel museo cittadino e l’altro in quello del Parco di Capo Colonna.

Busto di Armando Lucifero e una sua pubblicazione

Fig. 3 | Busto di Armando Lucifero e una sua pubblicazione

Opto, dunque, per la scelta di trarre spunto dal recente episodio crotonese per avanzare qualche riflessione di ordine generale ma, e suppongo che il titolo irriverente proposto alla Redazione con la preghiera di mantenerlo – “Che c’importa di Faillo?!” – ne faccia intuire il vago intento provocatorio, uso lo spazio che mi si concede anche per proporre un’analogia che ha, lo ammetto, del volo pindarico, con cui travalicare i limiti dell’Antichità classica.

Fig. 4 | La stampa di Crotone dà notizia della polemica con Reggio Calabria

Fig. 4 | La stampa di Crotone dà notizia della polemica con Reggio Calabria

È opinione diffusa ma falsa che un museo archeologico sia quanto di più statico si possa immaginare; al contrario, un museo, persino se dedicato all’acquisizione, conservazione, comunicazione ed esposizione a fini di studio, educazione e diletto, come recita lo Statuto dell’International Council of Museums (e più vicino a noi il Codice Urbani), di beni culturali che risalgono all’Antichità, è un organismo vivente. Il destino dei singoli reperti in dotazione ad un museo è anch’esso più dinamico di quanto sovente si pensi, poiché questi sono tutt’altro che “etichettati e morti”; il caso del cippo di Faillo è esemplare al riguardo e la recentissima vicenda che lo coinvolge offre il pretesto per riferirne. Si vedrà, dunque, come il progredire della ricerca sul campo e di quella a tavolino faccia di ogni reperto l’oggetto di una diuturna riflessione e lo esponga costantemente al ‘rischio’ di essere reinterpretato.

Il cippo di Faillo, con iscrizione in greco, VI-V sec. a.C., Museo Archeologico di Crotone

Fig. 5 | Il cippo di Faillo, con iscrizione in greco, VI-V sec. a.C., Museo Archeologico di Capo Colonna, Crotone

La cronologia dell’iscrizione tracciata sulla pietra (fig. 5), che la riporta a fine VI o ai primi del V secolo a.C., ha consentito da tempo di azzardare l’ipotesi che il Faillo in esame sia proprio il celebre atleta krotoniate tre volte vincitore dei giochi di Delfi, eccellente soprattutto nel salto in lungo e nel lancio del disco, come la ceramografia attica a figure rosse registrò pressoché in tempo reale (figg. 1 e 6). Dando ulteriore prova di disporre di mezzi economici cospicui – nella società ellenica del tardo arcaismo solo gli aristocratici potevano permettersi di non lavorare e dedicarsi in modo esclusivo alla pratica atletica –, questi pensò bene, già cinquantenne, di armare a sue spese una nave da guerra (trireme) carica dei suoi concittadini residenti, come lui, in Grecia, e con quella partecipare a titolo personale alla battaglia svoltasi nel 480 a.C. presso Salamina, l’isola posta nel mare di fronte ad Atene, battaglia ‘gemellata’ con quella di Imera che invece oppose i Greci di Sicilia ai Cartaginesi (i Fenici dell’Ovest) ed entrambe paradigmatiche dello scontro Occidente-Oriente che la storia ciclicamente ripropone.

Fig. 6 |  Faillo ritratto su un'anfora vicina al pittore di Bowdoin-Eye, lato B

Fig. 6 | Faillo ritratto su un’anfora vicina al pittore di Bowdoin-Eye, lato B, British Museum, Londra

È difficile sottrarsi alla suggestione che identifica il Faillo donatore di un’ancora, che della nave è parte significativa per il tutto, con l’atleta guerriero che grazie alle fonti letterarie sappiamo onorato con statue sia a Kroton sia a Delfi. Ci pare quasi di vederlo, intento a piantare verticalmente nel suolo – Meilichios è epiteto di uno Zeus legato al mondo sotterraneo ma anche protettore della navigazione – quella reliquia della sua celebre impresa marittima, collocandola in uno spazio sacro (altrimenti ignoto) che il sito dell’insolito rinvenimento colloca genericamente lungo il litorale tra Capo Cimiti e il Lacinio. Ciò che più conta, però, è che Faillo non ha ancora finito, oggi, di dire quel che ha da dire.

Mezzo ceppo d'ancora con dedica ad Apollo, di Sostrato, VI-V sec. a.C., Tarquinia

Fig. 7 | Mezzo ceppo d’ancora con dedica ad Apollo, di Sostrato, VI-V sec. a.C., Tarquinia

Esiste, infatti, scoperta negli anni Settanta del secolo scorso nell’area sacra frequentata da mercanti ellenici a Gravisca, il porto dell’etrusca Tarquinia, un’altra celebre dedica di fine VI/inizi V a.C. su mezzo ceppo d’ancora in pietra (fig. 7), rivolta in questo caso ad Apollo, da parte di un personaggio noto al pari e forse più del nostro atleta, uso anch’egli a varare navi ma per altri scopi: il ricchissimo armatore Sostrato ricordato da Erodoto (Storie, IV, 152), originario di un’isola greca (Egina) non distante da Salamina. Appena dici anni fa (2006), poi, Maria Chiara Monaco ha riportato all’attenzione degli studiosi, nell’occasione del prestigioso convegno internazionale sul tema “Atene e l’Occidente”, il caso del tutto eccezionale dell’offerta di un tipico ex voto atletico, un tripode (e non una statua, come prima creduto), sull’acropoli di Atene, subito dopo il saccheggio persiano, da parte di un non ateniese: di nuovo il nostro Faillo. Lo si riconosce con certezza, in questo caso, perché il testo parzialmente superstite sulla base marmorea del manufatto (fig. 8), rinvenuta nel lontano 1889, allude esplicitamente alle vittorie nei giochi in onore di Apollo delfico e, parrebbe, al ruolo avuto nello scontro con l’Asia.

Fig. 8 | Ricostruzione grafica del tripode dedicato da Faillo sull'Acropoli di Atene

Fig. 8 | Ricostruzione grafica del tripode dedicato da Faillo sull’Acropoli di Atene

Già sapevamo da Plutarco che, in onore di quest’unico greco d’Occidente schierato a fianco degli Ateniesi, strenui difensori delle libertà della Grecia tutta, Alessandro Magno, auto-proclamato campione della civiltà ellenica contro la barbarie orientale, inviò più tardi a Crotone parte del bottino frutto dello scontro decisivo sostenuto con i Persiani a Gaugamela. Lo studio della Monaco mette invece a fuoco le conseguenze immediate del gesto straordinario compiuto da Faillo, il quale, trascorsa ad Atene gran parte della sua esistenza, “dovette acquisire ben presto un’identità ed uno status assolutamente analoghi a quelli di un greco, o forse meglio, di un ateniese”. Se così non fosse, il suo donario in nessun caso avrebbe trovato posto sull’acropoli. Chi sa quanto gelosamente i cittadini delle poleis greche difendessero la propria identità di Ateniesi, Spartani, Corinzi ecc. ben prima della comune matrice ellenica, distanti com’erano dal concetto di ius soli, può arrivare a comprendere la portata di un simile evento. A riprova, qualcuno ricorderà anche che all’atleta krotoniate Astilo fu rimproverato dai concittadini un attaccamento eccessivo ai ‘colori’ siracusani, al punto che egli si vide abbattere la statua eretta in suo onore nel santuario di Hera al Lacinio per celebrarne i successi sportivi. L’eccezionalità del comportamento di Faillo fu dunque ripagata dagli Ateniesi con un atteggiamento, nei suoi confronti, altrettanto eccezionale.

Incisione raffigurante l'assedio di Tunisi (1535)

Fig. 9 | Incisione raffigurante l’assedio di Tunisi (1535)

Mi piace, detto ciò, sottolineare come lo stesso vento torni periodicamente a soffiare nella città pitagorica. Nel XVI secolo, infatti, dunque a distanza di 2000 anni da quanto narrato, un altro krotoniate, o meglio un ideale discendente dei primi nella misura in cui tutti i Crotonesi, ragionando in modo antistorico, si credono tali, allestì a proprie spese una nave da guerra – di nuovo un aristocratico: un esponente della famiglia Lucifero – per affiancare la flotta di Carlo V nell’assedio vittorioso di Tunisi (1535) (fig. 9). Di nuovo l’Occidente contro l’Oriente ma nella forma più evoluta e non ancora superata che oppone la Cristianità all’Islam, con le sottese ragioni di ordine economico che ogni scontro fortemente ideologizzato porta con sé. Non risulta che il Lucifero in questione abbia poi offerto un ex voto nella capitale imperiale ma anche in questo caso all’iniziativa di un singolo fece seguito l’afflusso, in città, di cospicue risorse economiche: quelle necessarie a dare finalmente avvio, pochi anni dopo (1541), al cantiere per la ristrutturazione della fortezza oggi nota come Castello di Carlo V e la costruzione ex novo della cinta urbica tuttora in gran parte superstite (fig. 10).

Fig. 10 | Cinta muraria e castello di Crotone nel '500 - Elaborazione di Vincenzo Spagnolo

Fig. 10 | Cinta muraria e castello di Crotone nel ‘500 – Elaborazione di Vincenzo Spagnolo

Aspetteremo fiduciosi, suppongo – per altri 1500 anni? –, che un secondo Faillo o un novello Lucifero allestisca a sue spese una nave e, anch’egli “a titolo privato e personale”, partecipi all’ennesima impresa memorabile che, fatto ancor più memorabile, dia modo alla città di Crotone, sempre distratta o indifferente alle scelte che altri compiono sulla sua ‘pelle’, di trarre insperati vantaggi dal un’iniziativa (in entrambi i sensi) singolare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

* Margherita Corrado, calabrese, è nata a Crotone nel 1969. Si è laureata in Lettere Classiche (indirizzo archeologico) presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e specializzata presso la Scuola di Specializzazione in Archeologia di Matera. Romanista di formazione, ha prestissimo orientato i propri interessi verso l’età post-classica, con particolare riferimento all’alto Medioevo di marca bizantina. Dopo un lungo tirocinio nel volontariato archeologico, dal 1996 lavora come collaboratrice esterna per la Soprintendenza Archeologica della Calabria.
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