Viaggio nell’arcaico e suggestivo Carnevale lucano delle Maschere Cornute di Aliano

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Basilicata - Carnevale delle maschere cornute ad Aliano (Matera) – Ph. © Ferruccio Cornicello

Basilicata – Carnevale delle maschere cornute ad Aliano (Matera) – Ph. © Ferruccio Cornicello

“Venivano a grandi salti, e urlavano come animali inferociti, esaltandosi delle loro stesse grida. Erano le maschere contadine . Portavano in mano delle pelli di pecora secche arrotolate come bastoni, e le brandivano minacciosi, e battevano con esse sulla schiena e sul capo tutti quelli che non si scansavano in tempo. Sembravano demoni scatenati; pieni di entusiasmo feroce…”

Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, 1945

Carnevale di Aliano 1

Ph. © Ferruccio Cornicello

Carnevale di Aliano 1

Ph. © Ferruccio Cornicello

Carnevale di Aliano 1

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Carnevale di Aliano 1

Ph. © Ferruccio Cornicello

Carnevale di Aliano 1

Ph. © Ferruccio Cornicello

Viaggio nell’arcaico e suggestivo Carnevale lucano delle Maschere Cornute di Aliano

di Enzo Garofalo

L’ARRIVO AD ALIANO – UN RICORDO DI CARLO LEVI

Abbiamo scelto le evocative parole dello scrittore Carlo Levi per introdurre il nostro nuovo viaggio in Lucania, una full immersion di una giornata nell’antichissimo Carnevale di Aliano. Il borgo di appena un migliaio di anime in provincia di Matera ci appare immerso in uno dei paesaggi più affascinanti, surreali e precari del Sud Italia, quello dei calanchi, aree di terreno eroso dal dilavamento delle acque su rocce argillose e sabbiose. Sospeso a precipizio, quasi a 500 m. sul livello del mare, su spettacolari dirupi costellati di macchia e fichi d’India e collegati fra loro da un ponte,  Aliano sembra gareggiare in equilibrio con i falchi che maestosi ne sorvolano il cielo a ogni ora del giorno; ma mentre i falchi sfidano la legge di gravità affidandosi alle ali e alle correnti, Aliano gioca ogni giorno la sua scommessa col futuro contando sulla clemenza della natura e invocando quelle legittime attenzioni che le istituzioni spesso trascurano di riservargli. Eppure questo borgo è uno scrigno di preziose tradizioni che affondano le loro radici nell’epoca degli Enotri, dei coloni Greci, sebbene non manchino tracce abitative addirittura preistoriche in grotte scavate nella roccia sedimentaria, tornate poi ad essere abitate nell’alto medioevo dai monaci basiliani sfuggiti alle persecuzioni iconoclaste in Oriente.

All’antichità più remota fa da pendant la modernità sulla cui ribalta Aliano è stato portato dallo scrittore e pittore Carlo Levi, che qui ha trascorso il confino impostogli dal regime fascista e qui ha scelto di dimorare per l’eternità, come testimonia la sua tomba ospitata nel cimitero del paese, meta di non pochi visitatori. Una volontà espressa per mantenere la promessa di tornare, fatta agli abitanti, ai suoi “poveri”, lasciando il paese. Arrivando ad Aliano, siamo passati anche noi a porgere un affettuoso saluto all’autore di quel capolavoro di letteratura e di testimonianza di vita che è Cristo si è fermato ad Eboli. 

La sua tomba, semplice come fu lui stesso, giace nel punto più alto della collina, un angolo accarezzato dal vento la cui voce soltanto riecheggia fra i rami dei cipressi. Secondo l’uso ebraico è ricoperta di tanti piccoli sassi e qualche bigliettino che testimoniano il passaggio di estimatori provenienti da tutta Italia. Non è l’unica traccia di Levi in paese: qui si conserva anche la casa del confino, una pinacoteca a lui intitolata e numerosi dei luoghi vissuti e citati nel romanzo, oggi punti focali del Parco Letterario a lui dedicato. Ma dei luoghi di Levi e di altri aspetti del borgo di Aliano tratteremo più approfonditamente in una prossima occasione. Per ora ci basti dire che la sua è una presenza ancora “viva” ad Aliano dove ogni famiglia ha almeno un parente che lo ha conosciuto e che continua a parlare di quest’uomo rimasto colpito dagli insegnamenti che la gente del posto, con il suo grande senso dell’ospitalità e il suo attaccamento a valori concreti, giorno per giorno ebbe modo di trasmettergli; che si commosse per l’affetto dimostratogli da persone capaci di conservare grande dignità anche nella povertà più estrema, così come si emozionò dinanzi all’entusiastico desiderio di apprendere dei bambini.

LA GENTE DI ALIANO E I PREPARATIVI DEL CARNEVALE (GUARDA LA PHOTOGALLERY)

E proprio un bambino è stato il primo alianese che abbiamo incontrato: il simpaticissimo Biagio Scelzi, studente delle scuole medie e chierichetto part-time del parroco don Pierino, con  un amore autentico per il suo paese, la sua storia e le sue sorti. E’ stato lui a darci le coordinate principali del borgo e ad introdurci fra la gente del paese, ospitale e generosa come ai tempi di Levi. Sì, perchè qui, per certi versi, il tempo sembra come essersi fermato. Un radicato senso delle tradizioni e del vivere comunitario, che accomuna questo luogo al resto della Lucania e a pochi altri luoghi in Italia, è ciò che immediatamente colpisce. E’ bastato fare quattro passi sul corso principale per ritrovarci catapultati nei preparativi gastronomici del Carnevale. Le cordialissime Giulia, Domenica e Rosetta ci hanno permesso di assistere al ”back stage” della gustosissima sagra serale: le loro mani, insieme a quelle di qualche collaboratrice, si sono rivelate una vera “macchina da guerra” nell’affettare, tritare, soffriggere, mescolare, condire, infornare. Un perfetto meccanismo ad orologeria che ha permesso loro di dare ancora una volta lustro all’ospitalità del borgo e di assistere, stanche ma felici, anche allo spettacolo serale di “A Fras’ ” (la frase), la tradizionale farsa impovvisata in vernacolo che si svolge dopo la sfilata delle maschere e la degustazione in piazza, e che fra lazzi e risate a pieno ritmo riesce a fare un po’ di satira sociale.

Ma vediamo cosa hanno preparato le nostre amiche alianesi nell’attesa del raduno delle maschere sul sagrato della Chiesa Madre. La prima chicca è stata la rafanata, un piatto molto antico cotto al forno, a base di uova, formaggio pecorino e rafano, radice aromatica dal gusto piccante dell’omonima pianta che in questa zona cresce spontanea ed è entrata da epoca immemorabile nella cucina locale. Immancabile l’abbinamento di questo piatto con Frzzul e sauzizz, le due pietanze che completano il trittico gastronomico del Carnevale alianese. I primi sono dei maccheroni corti formati attorcigliando la pasta attorno a un filo di giunco, mentre la sauzizz è inconfondibilmente la salsiccia di maiale tagliata a pezzi e saltata in padella. E per dessert le chiacchiere, striscioline di pasta a base di farina, burro, vino bianco e zucchero, preparate nelle fogge più strane e poi fritte. Il tutto annaffiato da ottimo vino rosso di produzione casalinga. “Preparare questi piatti è per noi un continuo recupero di memoria e di identità – ci hanno confessato le signore cuoche – e cerchiamo il più possibile di trasmetterne ai giovani il compito di custodirle per il futuro. Intanto, fino a che avremo la forza continueremo a farlo noi. Non ci  scomponiamo affatto di fronte alla prospettiva di cucinare per centinaia di persone. Basta essere ben organizzate e coordinate. Una volta abbiamo preparato per 2 mila persone…e tutto – concludono orgogliose – è andato per il verso giusto.”

LE MASCHERE CORNUTE DI ALIANO E  QUELLE MULTICOLORI DI TRICARICO (GUARDA LE PHOTOGALLERY)

Eccoci giunti al momento fatidico dell’incontro con le maschere cornute di Aliano. Il Carnevale si articola in due giorni, la Domenica e il Martedi Grasso, nel corso dei quali si alternano sfilate a cui partecipano anche maschere dei paesi limitrofi e degustazioni di piatti tipici. Noi abbiamo scelto il Martedì Grasso che prevedeva la presenza anche di un gruppo di maschere di Tricarico, circostanza che ci ha permesso di dare un parziale sguardo ad un altro importante Carnevale del Sud, fra l’altro inserito nell’elenco del Patrimonio Immateriale d’Italia.

Arriviamo davanti alla Chiesa Madre giusto in tempo per cogliere il fermento che precede l’uscita delle maschere. Compaiono sulla piazzetta a piccoli gruppi man mano che gli alianesi indossano questi bizzarri costumi, catalizzatori dell’interesse di frotte di fotografi. Costruite da sapienti mani artigiane, le maschere – in argilla e cartapesta – riproducono in chiave mostruosa e grottesca le sembianze di animali – musi di buoi, arieti e montoni, becchi di falchi e gufi – oppure quelle di grotteschi volti umani e di demoni cornuti, secondo un’iconografia degna di un’antico Dizionario Infernale. Le maschere sono completate da un copricapo conico sormontato da una folta criniera di striscioline di carta colorata e da variopinte piume di gallo o pavone.  Il costume, nella sua semplicità, rivela la sua origine popolare e contadina, perchè è costituito dai classici mutandoni invernali (“i cauzenitt”) e dalla maglia di lana cinta trasversalmente da un nastro di cuoio da cui pendono numerosi campanelli di bronzo che trillano a ogni movimento e finimenti di muli e cavalli. Una fascia di crine circonda la vita, mentre ai piedi indossano stivali ricoperti di lungo pelo d’animale. Legato al fianco, ma pronto per essere brandito e usato contro chi ostacola il corteo è infine il ciuccigno, una sorta di manganello flessibile. Del resto, tradizionalmente alle maschere era consentito tutto, anche sovvertire l’ordine dei rapporti sociali e picchiare chiunque, contadino o signore che fosse, portando così a compimento la funzione di disturbo e di rinnovamento assegnata al Carnevale.

E’ evidente in queste maschere un valore apotropaico, atto cioè a scongiurare, allontanare o annullare l’influsso delle forze del male in un momento cruciale dell’anno, quello dell’incipiente primavera e quindi della ripresa del ciclo vegetativo. Ad assolvere a questa funzione è il carattere mostruoso-grottesco delle sembianze così come il suono metallico dei campanelli che qui, come in altre culture del mondo, assume natura di talismano. La campana, o il campanaccio, immutabili nella fissità della loro struttura sembrano magicamente sfuggire al tempo, “congelati” come sono al momento della loro creazione, ma contemporaneamente è come se determinassero l’incedere del tempo per mezzo della scansione ritmica del loro suono, sempre uguale a se stesso.

Le maschere avanzano in corteo a grandi salti, assumendo atteggiamenti minacciosi e chiassosi, accompagnate dal suono di organetti e putipù, dal canto e dal ballo delle pacchiane, le ragazze in costume tradizionale del luogo, elemento che sfugge però alla funzione del rito scaramantico assumendo più che altro natura di marcatore identitario.  Il corteo di Aliano, forse per dovere di ospitalità, è aperto dal gruppo delle maschere di Tricarico, che alle sembianze grottesche tipiche di quelle locali, sostituiscono il mistero di volti coperti da un velo finemente ricamato che scende da un cappello a larghe falde da cui si dipartono numerosi nastri multicolori lunghi fino alle caviglie. I figuranti, tutti maschi, sono divisi in due gruppi, le “mucche” (il costume è una sorta di tuta bianca) e i “tori” (in costume totalmente nero, eccettuati alcuni nastri rossi), che riproducono una mandria in trasumanza. Ulteriori accessori del costume sono i foulards dai colori sgargianti che portano al collo, ai fianchi, alle braccia ed alle gambe. Le maschere avanzano in corse forsennate – a tratti sembrano come invasate –  mimando l’andatura ed i movimenti degli animali, compresa la “monta” dei tori sulle mucche, e lanciano urla disumane facendo riecheggiare con forza enormi campanacci. Si può solo immaginare quale effetto dirompente produca un corteo del genere che a Tricarico raggiunge alcune centinaia di figuranti e all’alba del 17 gennaio, giorno di S. Antonio abate e della benedizione degli animali, sveglia tutto il paese al suono cupo dei campanacci. Un rito che rivela tracce di sincretismo pagano-cristiano, fondendo antiche ritualità di radice greca con la cultura lucana. Ospiti del Carnevale di Aliano infine anche alcune maschere di Teana fra cui quella del grande orso portato in catene dai gendarmi, e poi lo sposo e la sposa, il medico, gli infermieri, il giudice e gli avvocati, a riproporre ancora una volta una divertita “frattura” nella monotonia delle fatiche quotidiane.

Il corteo finisce così in gran tripudio sulla piazza del Municipio di Aliano, con le maschere arrampicate sulla scala della magica “Casa con gli occhi”, la piccola e fiabesca abitazione di cui lo sguardo d’artista di Carlo Levi colse le apparenti sembianze antropomorfe, quasi a rivelare una misteriosa natura animistica in certa architettura spontanea del borgo. Siamo così risaliti lungo il corso del paese per condividere con gli alianesi e i visitatori giunti da fuori l’atteso momento gastronomico a base di “Frzzul, rafanata e sauzizz” che le bravissime cuoche di Aliano hanno preparato per tutti. E poi via di corsa a seguire la Frase, la divertente e improvvisata farsa in vernacolo che un tempo si teneva in piazza e oggi nella Sala Convegni del borgo, per l’occasione attrezzata a teatrino. A metterla in scena, con ritmo incalzante e un torrente di battute salaci, un gruppo di ragazzi del paese coordinati dalla brava ed energica Teresa Lardino. Un bel momento di vita comunitaria per un paese che riesce a trovare la giusta forza di coesione nella difesa delle proprie tradizioni e di un territorio che meriterebbe più attenzione e tutela di quante non ne riceva attualmente.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

IL LUOGO

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