Ulivi d’alta quota e olio di pregio nel Parco Nazionale della Sila. Al via la sperimentazione

Olivo d'altura

Ulivo di montagna

di Redazione FdS

Mentre il Parco Nazionale della Sila continua la sua corsa per la candidatura a Patrimonio dell’Umanità UNESCO, giunge notizia del lancio di un progetto di sperimentazione agricola d’alta quota che riguarda la coltura dell’ulivo: si chiama REGEROLI e punta a coltivare un uliveto sopra i 1000 metri d’altitudine, precisamente a 1200 metri s.l.m. Un uliveto 100% Made in Sila, da cui ricavare un olio di qualità altissima, con parametri nutrizionali rilevanti, garantiti dall’alta quota. Il progetto è  stato presentato nei giorni scorsi presso l’Istituto Comprensivo Filolao di Crotone nel corso di un incontro che ha riguardato la convenzione stipulata tra il Parco Nazionale della Sila, il CREA-OFA (Centro di Ricerca olivicoltura, frutticultura e agrumicoltura, con sede a Rende) e l’ARSAC (Azienda Regionale per lo Sviluppo dell’Agricoltura Calabrese) per promuovere lo sviluppo delle eccellenze agroalimentari calabresi. All’incontro hanno partecipato il Commissario Straordinario del Parco Sonia Ferrari, il Direttore f. f. del Parco Giuseppe Luzzi, il responsabile del CREAOFA di Rende, dott. Enzo Perri (responsabile scientifico dei progetti oggetto dell’accordo) e la dott.ssa Gabriella Lo Feudo.

“I calabresi - ha ricordato Enzo Perri - tra i primi ulivicoltori al mondo, vantano un’antica tradizione legata alla produzione dell’olio, risalente al 1200 a.C. Grazie alla realizzazione di un campo di collezione di germoplasma olivicolo e grazie alle venti varietà impiantate, resistenti al freddo, porteremo avanti un progetto dal grande valore scientifico, da cui ricavare un olio dalle caratteristiche e parametri nutrizionali eccellenti, con percentuali di acido oleico e polifenoli davvero notevoli”.
 

Uliveto nella nebbia

Uliveto nella nebbia

 
La coltivazione degli ulivi in alta quota non è nuova per l’Italia; essa appartiene al passato remoto delle regioni del nord, seguita da epoche di abbandono per via dell’eccessivo irrigidirsi del clima. Ora stiamo assistendo ad un inversione di tendenza dovuta al surriscaldamento del pianeta: basti pensare che dei dieci anni più caldi dal 1880 a oggi, ben nove sono successivi al duemila. Il progetto silano arriva dopo una serie di iniziative analoghe che dai primi anni duemila stanno riguardando in particolare Piemonte, Valtellina e Liguria. La sua peculiarità è tuttavia da ricollegarsi alla quota particolarmente elevata scelta per la sperimentazione. Il ritorno dell’ulivo nelle zone elevate del Nord e il debutto montano al Sud, stanno così spingendo da tempo gli esperti a individuare varietà che dimostrino una tolleranza maggiore di altre nei riguardi del freddo. Si è visto in particolare che l’ulivo delle varietà più resistenti può sopportare temperature invernali che scendono fino a – 8, – 11° C, ma in certi casi riesce a resistere con scarso danno anche a – 13°, – 14° C. L’acclimatazione della pianta avviene tramite un rallentamento dell’attività vegetativa a partire dal momento in cui le temperature medie dell’aria scendono sotto i 20-25° C.
 
Olio extravergine d'oliva

Olio extravergine d’oliva

 
In gran parte delle vallate alpine la produzione di olio era diffusa tra le popolazioni della bassa e media montagna fino al tardo Medioevo. Il più antico documento che si riferisce alla coltura dell’ulivo in zona alpina risale al VI secolo ed è l’atto di fondazione dell’abbazia di Saint Maurice d’Agaune, nella valle del Rodano, in cui figurano fra le proprietà dell’abbazia vasti oliveti nel Vallese e in Val d’Aosta. Con l’inasprirsi del clima la coltivazione si concentrò solo intorno ai grandi laghi, ma negli ultimi anni i cambiamenti climatici hanno convinto i coltivatori piemontesi a riportare gli ulivi in alta quota. Così nel 2005 è partito un progetto di messa a dimora di migliaia di ulivi presso aziende agricole della fascia pedemontana compresa fra la Val di Susa, il Pinerolese e la Valle Po. I buoni risultati raggiunti hanno migliorato l’economia delle zone interessate, consentito il recupero di aree abbandonate e garantito ricadute positive anche sul piano turistico essendo il paesaggio olivicolo molto amato dagli stranieri quale emblema del Mediterraneo. L’olio ottenuto da questi ulivi è così comparso con felice sorpresa di molti fra i prodotti tipici della montagna. Stessa operazione è avvenuto in provincia di Sondrio, nella Valtellina, dove si è registrato un incremento della coltivazione dell’ulivo sui costoni più soleggiati della montagna, dove sono state impiantate varietà marchigiane, liguri e istriane che, grazie al locale microclima, garantiscono una produzione di alta qualità a resa costante. Esperimenti e risultati incoraggianti anche in Veneto e Friuli.
 
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Uliveto d’alta quota

 
Particolarmente riuscito anche il ritorno in alta quota dell’olivicoltura in Liguria, nelle terre di Ponente, caratterizzate da vasti terrazzamenti contenuti da muretti a secco, perfettamente curati fino a 50 anni fa ma poi progressivamente abbandonati a causa degli alti costi. Oggi si tenta di recuperare il più possibile di quelle antiche coltivazioni. La lavorazione non è affatto semplice e le olive sono piccolissime per via della contenuta fruttificazione, ma l’olio è di qualità superiore. Infatti superati i 500 metri di altezza, la pianta va in stress e la fruttificazione comincia ad avere problemi, ma il poco olio che si ricava è più ricco di sostanze nutrienti, di antiossidanti e di qualità organolettiche rispetto a quello prodotto dalla stessa varietà ma a quota più bassa. Gli scienziati hanno infatti messo in evidenza come la presenza dei composti polifenolici – noti per le proprietà anti-ossidanti e anti-infiammatorie – venga incrementata dalle situazioni di stress idrico o climatico causate dalla maggior altitudine. Nell’esperienza ligure si è notato inoltre che l’oliva d’alta quota è al tempo stessa piccola e sana; subisce infatti minori attacchi da parte della mosca olearia e presenta minori rischi di ristagni idrici, e sebbene le produzioni siano inferiori, maggiori sono i componenti pregiati presenti nel frutto. Il rilancio della olivicoltura d’alta quota è dunque ormai lanciatissimo, come testimonia anche il volume Extravergini d’alta quota (ed. Terre di Sole) pubblicato da Luigi Caricato già nel 2005.

Oltre all’accordo relativo al progetto REGEROLI, Parco Nazionale della Sila, CREA-OFA e ARSAC, hanno presentato anche un secondo accordo inerente al progetto BIOVALSILA che vedrà le parti impegnate nella valorizzazione e divulgazione della biodiversità dei prodotti silani. La dott.ssa Gabriella Lo Feudo si occuperà dello sviluppo del progetto: “Un progetto con i giovani e per i giovani - ha sottolineato la Lo Feudo – “in grado di far acquisire loro una maggiore consapevolezza sensoriale dei prodotti nati e cresciuti nell’Area Parco, prodotti che i ragazzi devono conoscere, per percepire la qualità delle produzioni provenienti dai territori che abitano. Il progetto prevede un percorso percorso che oltre a laboratori del gusto – dall’olio ai prodotti caseari, alla frutta – si espleterà in una serie di workshop tenuti da studiosi del CREA, coinvolgendo più di una scuola sul territorio calabrese. Di durata annuale, il percorso coglierà i propri frutti nella conoscenza e consapevolezza che al termine del percorso, questi ragazzi avranno acquisito”.

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