Sud penalizzato dai tagli alla cultura. SVIMEZ: «la cultura non è un bene di lusso e va garantita ovunque»

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Scorcio di Matera, Capitale Europea della Cultura 2019 - Ph. © Aurelio Candido | Courtesy dell'Autore

Scorcio di Matera, Capitale Europea della Cultura 2019 – Ph. © Aurelio Candido | Courtesy dell’Autore

di Alessandro Novoli

E’ ormai noto da anni come il patrimonio culturale, naturalistico e enogastronomico del Sud Italia, costituisca un insieme di risorse imprescindibili su cui costruire progetti di sviluppo sostenibile del territorio. Ma il passaggio da tale consapevolezza alla concreta operatività di quegli stessi progetti continua ad essere lungo e faticoso, fatta eccezione per poche isole felici nate da specifiche ed illuminate iniziative pubbliche o private. Garantire tutela e conservazione a tali patrimoni e trasformarli in risorse economicamente produttive, richiede investimenti mirati e costanti e da questo punto di vista il contributo pubblico – fra Stato, enti territoriali e Unione Europea – continua ad essere la principale fonte di sostegno. Fonte che per quanto riguarda in particolare il settore culturale – elemento principe della stessa immagine dell’Italia nel mondo – ha subito, negli ultimi anni e in tutto il Paese, un progressivo assottigliamento, andando a penalizzare soprattutto le regioni meridionali. A denunciarlo è il rapporto divulgato dalla SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) lo scorso febbraio 2016, nel quale si è tenuto a sottolineare come la cultura non sia un bene di lusso, ma vada garantito su tutto il territorio nazionale in maniera equanime.

I dati diffusi – emersi dalla Nota di ricerca “Le spese per la cultura nel Mezzogiorno d’Italia” del Consigliere della SVIMEZ Federico Pica e di Alessandra Tancredi (Agenzia per la Coesione Territoriale, CPT, Unità tecnica centrale) – prendono in considerazione un periodo di 13 anni (dal 2000 al 2013) ed analizzano l’andamento delle spese correnti, in conto capitale e totali per la cultura, nelle circoscrizioni Nord/Sud e in alcune regioni italiane.

Quando si parla di spese per la cultura – specifica il rapporto – si intende riferirsi principalmente ad interventi a tutela e valorizzazione di musei, biblioteche, cinema, teatri, enti lirici, archivi, accademie, ma anche attività ricreative e sportive quali piscine, stadi, centri polisportivi, fino alla gestione di giardini e musei zoologici. I soggetti finanziatori maggiormente coinvolti da queste spese sono i Comuni e lo Stato, insieme al CONI, mentre decisamente minori sono gli apporti delle Regioni, che destinano al settore risorse soprattutto di provenienza europea.

I dati si riferiscono al totale delle erogazioni per cassa di tutte le amministrazioni pubbliche nel territorio. Ebbene, negli ultimi tredici anni la cultura è stata tagliata maggiormente al Sud: la spesa totale nel settore della cultura ha infatti subito un crollo del 30,6 % nel Mezzogiorno, passando da 126 a 88 euro pro capite, contro il -25 % del Nord, passando da 177 euro a 132 pro capite. Nel 2013 – fatto pari a 100 il livello medio nazionale – la spesa pro capite per la cultura è stata del 69% nel Mezzogiorno, a fronte del 105% del Nord e del 141% del Centro. In sintesi, nel 2013 per ogni cittadino del Nord è stato speso per la cultura il 35% in più di quanto speso per un cittadino del Sud.

Particolarmente forte il peso dei tagli alla cultura nel Sud Italia negli anni 2009-12, ossia in pieno periodo di crisi, quando la spesa in conto capitale per la cultura è passata al Sud dai 45 euro pro capite del 2009 ai 17,3 del 2011, per poi risalire a 19,6 nel 2013. Non a caso – riporta Svimez – dal 2007 al 2013 la stessa spesa è crollata del 55% al Sud contro il 39% del Nord. 

Disaggregando la spesa totale nelle componenti correnti e di conto capitale, emergono con maggiore chiarezza le forti riduzioni di spesa al Sud. In particolare, per quanto riguarda la spesa corrente, dal 2000 al 2013 il taglio è stato del 23% al Sud a fronte del -17% nazionale. Gli 88,8 euro pro capite del 2000 sono scesi a 68,3 tredici anni dopo, con punte di 58,9 nel 2005. Fatto pari a 100 euro il dato nazionale, ogni cittadino del Sud ha ricevuto nel 2013 il 68%, un cittadino del Nord il 101,9%, uno del Centro addirittura il 150,8%. Passando alla spesa in conto capitale, il crollo è stato al Sud del 48,2% , con punte del -55% negli anni 2007-2013: si è passati da 38 euro pro capite del 2000 ai 19,6 del 2013. Fatto pari a 100 il dato nazionale, nel 2013 al Sud si è speso per la cultura il 74% contro il 116% del Nord.

Se si analizza la spesa per la cultura affrontata da amministrazioni centrali, locali e regionali, emerge che a livello nazionale le spese in conto capitale nel settore sono crollate, dal 2000 al 2013, del 49% e al Sud del 48%. In altri termini, i 52 euro pro capite del 2000 sono diventati 26,5 a livello nazionale nel 2013; nel Sud i 38 euro del  2000 sono diventati tredici anni dopo 19,6.  I tagli più drastici si sono concentrati nelle amministrazioni centrali: il crollo al Sud è stato del 74,6%, per cui  i 13,6 euro pro capite del 2000 si sono pressoché azzerati tredici anni dopo, arrivando ad appena 3,48 euro.

Osservando gli andamenti della spesa totale per la cultura in alcune regioni del Centro-Nord e del Sud (Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Campania, Puglia e Calabria), si nota che, se a livello nazionale dal 2000 al 2013 il calo è stato del 27%, il Veneto ha perso oltre il 21%, Emilia-Romagna e Toscana ben il 38-39%, ma la Calabria arriva a -43,6%. Situazione particolare per la Toscana, che perde il 39%, di cui il -36% dal 2000 al 2007.  Il divario Nord/Sud si evidenzia in particolare nel raffronto con le percentuali di spesa per regione. Fatto infatti pari a 100 il dato nazionale, il Veneto nel 2013 si è praticamente allineato spendendo il 101%, Emilia Romagna e Toscana si sono fermate rispettivamente all’88 e 96%, mentre la Campania spende il 58%, e Puglia e Calabria superano di poco il 54% del dato nazionale. In altri termini, in Puglia e Calabria nel 2013 la spesa per abitante per la cultura è stata poco più della metà di quella media nazionale, cioè 68-69 euro contro 126.

Chiare e senza scampo le osservazioni conclusive della Svimez di fronte a questo quadro desolante (qui il rapporto integrale, completo di tabelle numeriche dettagliate): non trattandosi di un bene di lusso, così come accade per la sanità e la scuola anche per la cultura “vanno garantiti i livelli essenziali su tutto il territorio nazionale”. Il Sud – spiega Svimez – ha subito una duplice penalizzazione: alla riduzione della spesa in conto capitale totale si è aggiunta quella più consistente per la cultura, pesantemente sacrificata nell’arco del periodo di riferimento in quanto vista come voluttuaria, ossia come un bene di lusso. Di conseguenza si invoca “un maggiore impegno finanziario di tutti” e “una effettiva riconsiderazione e riforma dei meccanismi finanziari e istituzionali”, in quanto le spese per la cultura “attengono ai livelli essenziali delle prestazioni (LEP), che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”. In base all’art.117 Cost, è lo Stato che deve definire i LEP e costruire un meccanismo che li renda disponibili. Si tratta di diritti che richiedono, da parte di tutti i livelli di governo, una disponibilità concreta di risorse. La raccomandazione conclusiva è che venga definito “un sistema di poteri e responsabilità che consenta una gestione adeguata del settore.”

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