Sud e Turismo: si scrive “turismo e cultura” si legge “crescita sostenibile”. Il modello Puglia tra pericoli e possibilità

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Con la cultura si mangia

“Con la cultura si mangia” – Ph. Francesca Larotonda, Martina Maragno, Francesca Maino, Marcella Pasculli, Nunzio Tralli (Liceo Ginnasio Duni, Matera) | Source: Immaginalapagina.it

di Flavio R. Albano *

Un interessante punto di partenza per la costruzione di un’offerta turistica stabile in Italia, e nel Sud in particolare, dovrebbe partire o dalla cultura o dall’enogastronomia. Ma come si fa a valorizzare la cultura?

Sicuramente bisogna “mettere in turismo” ossia fare in modo che il patrimonio culturale assurga ad attrattore turistico. Fare questo non significa trasformare il patrimonio culturale in una Disney fatta di colori e slogan accattivanti (sebbene la Disney sia una delle più grosse aziende di intrattenimento mondiale ed in fatto di gestione dei visitatori ci sarebbe solo da imparare) ma piuttosto deve significare dare un’utilità socio-economica e non solo storico-artistica. La motivazione culturale influenza il 40% dei turisti internazionali che visitano il nostro paese. La spesa complessiva dei turisti “culturali” arriva a 9,3 miliardi di euro di cui un 60% è generata da stranieri, pertanto la cultura va vista come risorsa e occorre andare oltre il restaurare, repertoriare, archiviare e proteggere. Quello è fuori discussione. Adesso abbiamo bisogno di valo-tutelare per onore del bello e per monetarizzare (preservando). Bisogna studiare i modelli di sviluppo, creare fucine scientifiche che possano riconnettersi al territorio, creare una logica di integrazione dei dati contenuti in rete, rendere i dati accessibili (attendibili) e visibili in immediato, realizzando sistemi di interoperabilità attraverso la digitalizzazione del prodotto culturale e perché no, definendo strategie di comunicazione per i musei e poli culturali lasciati alla polvere.

Spesso (in Italia) si pensa ai beni culturali con l’unica missione di preservare per le generazioni future come se noi non fossimo inclusi nel loro godimento, come se noi non potessimo goderne, come se a noi non servisse mostrarli o osservarli ma soltanto tutelarli (fossero conservati davvero almeno… ma non sempre è così). Falso. Come è stato sostenuto da Antonio Preiti in un suo articolo (che cito spesso, ma che rende davvero l’idea) “…i musei sono praterie da riempire e non riserve da preservare. Sono luoghi in sintonia con le pulsioni della città, non luoghi asettici, improntati alla retorica del bello senza conseguenze…”.

Ovviamente per il rilancio di una destinazione non basta solo la cultura altrimenti Atene sarebbe la città turistica per eccellenza, non basta la testimonianza storica nelle cose, serve lasciare un’esperienza evocativa legata ad essa, creare engagement a livello museale e attrattivo locale. Ma non basta neanche solo questo, non basta solo il paesaggio altrimenti tutti andremmo ai Caraibi e Rimini non sarebbe tra le più visitate destinazioni italiane.

In questo contesto non è difficile pensare ad una patrimonializzazione delle specialità locali e quindi una riscoperta, la costruzione di un’offerta dedicata, inserendosi in quelli che sono processi di riqualificazione rurale, slow tourism e slow food.

C’è un altro dato di fatto che è visibile a livello nazionale e riguarda la necessità di rideterminare i piani e i livelli amministrativi del settore turistico. Ad esempio il Lago di Garda ha istituito una Destination Management Organization dedicata a promuovere la destinazione Lago di Garda, le sue iniziative e le 1800 aziende connesse al territorio ed alla destinazione. Sarebbe in sostanza utile ridefinire i confini geo-politici, spostando l’attenzione sui concetti di destinazione e territorio, sorpassando le rivalità municipali nell’ottica di promo-collaborazione (la Green Road nel tarantino è un prodotto turistico promosso da undici comuni).

Modelli di sviluppo turistico: caso Puglia tra pericoli e possibilità

Il turismo pugliese negli ultimi anni ha visto una crescita esponenziale che oggi può vantare un +45% di incoming dal 2007, ovvero un risultato strabiliante in termini di ritorno di capitale e di immagine. Ad oggi possiamo osservare trend positivi per l’incoming pugliese, dal 2011 (+17%), 2012 (+7%), 2013 (+5%). Il fattore culturale è anch’esso al centro del tema turistico pugliese, infatti, a chiusura della sessione estiva dei Puglia Open Days, i numeri parlano di ben 170 mila visitatori nei siti culturali pugliesi.

Il successo pugliese nasce da diversi fattori tutti replicabili altrove se non fosse per difficoltà di carattere endogeno ed esogeno, derivanti da alto livello di degrado e delinquenza che vanno a inficiare la produttività di porti e aeroporti, difficile visibilità a livello internazionale, difficoltà comuni a tutte le regioni italiane di scarsa collaborazione tra le amministrazioni e scarsissima continuità di progettualità. Il modello pugliese ha potuto contare una programmazione pluriennale portata avanti con estrema determinazione che ha avuto un discreto e continuativo sostegno politico.

Essenzialmente tutto il turismo che si sta sviluppando in Italia nell’ultimo periodo si basa su caratteri legati alla ruralità dei luoghi, sull’esperienzialità dei borghi e sulle tipicità. Nel meridione tutte queste caratteristiche sono estremamente presenti, accostate ai principi di slow food e slow tourism, in esatta antitesi con le realtà di forte apprensione delle città moderne. Nel borgo, nel centro rurale la campagna rassicura ciò che la città rende instabile e ansiogeno. Il presente e la modernità appaiono aggressivi, le tradizioni e la cultura storica dei piccoli centri contadini sembrano dolci e familiari. Il grigio smorza quello che alla luce del sole diventa spontaneamente vitale. Questo rende l’esperienza turistica italiana competitiva e dotata di valore aggiunto, senza dimenticare la genuinità delle persone che la popolano.

Tuttavia il turismo rurale non è facile da mettere in pratica e non è un rimedio universale alle carenze di sviluppo o occupazione. Il turismo in genere deve inserirsi armoniosamente tra le altre attività economiche dei luoghi, attecchire e crescere piano tra la consapevolezza dei popoli ospitanti, crescendo di pari passo con le infrastrutture e i servizi di base che sono assolutamente necessari (vedi malessere economico “male olandese”).

È vero che la rusticità è diventata attraente nell’accoglienza e nell’agroalimentare e in entrambi i casi questa caratteristica è segno di qualità reale del prodotto autentico, locale, genuino e tipico ma dentro l’involucro grezzo deve essere contenuto un prodotto che offra tutte le garanzie di sicurezza e di confort, così come deve esserne garantita la fruibilità e l’accessibilità a tutti. (SEGUE)

@FlavioRobAlbano

© RIPRODUZIONE RISERVATA

*Flavio R. Albano è docente a contratto di Economia e Gestione delle Imprese presso l’Università degli studi di Bari (sede di Taranto). Dal 2006 collabora con aziende di servizi turistici di tutta Italia nella selezione, formazione e gestione delle risorse umane. Ad oggi ha all’attivo diverse pubblicazioni scientifiche e partecipazioni a conferenze internazionali, tra cui: la Verona-Toulon Conference sull’High Quality business in Slovenia e il I° Foro internacional de destinos turisticos de Maspalomas – Costa Canaria, inoltre è autore di una ricerca universitaria sull’implementazione di strutture turistiche eco-sostenibili lungo la Costa barese e collabora con diversi enti pubblici e privati sullo sviluppo di analisi di marketing territoriale. Nel 2014 ha pubblicato il libro “Turismo & Management d’impresa” subito adottato all’Università della Basilicata. Nel tempo libero scrive romanzi di narrativa, dipinge, suona la batteria e recitare resta la sua più grande passione.

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