Lanificio Leo: una storia di lavoro e di passione. Alla scoperta del più antico opificio tessile calabrese

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Calabria - Visioni del Lanificio Leo di Soveria Mannelli (Catanzaro) fra tradizione e modernità - Ph. © Ferruccio Cornicello

Calabria – Visioni del Lanificio Leo di Soveria Mannelli (Catanzaro) fra tradizione e modernità – Ph. © Ferruccio Cornicello | Photogallery a fondo pagina

di Enzo Garofalo

Lanificio Leo: filati colorati - Ph. © Ferruccio Cornicello

Lanificio Leo: filati colorati – Ph. © Ferruccio Cornicello

Made with Love, fatto con amore. E’ il motto che meglio riassume una storia familiare di lavoro, creatività, dedizione, che da 142 anni si ambienta in Calabria fra i boschi della Sila Piccola, prima a Carlopoli e poi a Soveria Mannelli, entrambi piccoli borghi in provincia di Catanzaro. E’ la storia del Lanificio Leo, opificio che dal 1873 racchiude fra le sue mura un sorprendente spaccato della tradizione tessile in Calabria di cui rappresenta la più antica testimonianza sopravvissuta fino ad oggi. Il dato più straordinario è che gli anni di vita di questo luogo hanno lasciato tangibile traccia del loro passaggio nel monumentale parco macchine che dagli esemplari dell’Ottocento, ancora perfettamente funzionanti ed impiegati per realizzare la produzione, arriva fino ai telai automatizzati di più recente generazione. Un luogo di memorie  dunque, legato a più generazioni di lavoratori, ma anche di custodia di un sapere capace di attualizzarsi e reinventarsi in forme sempre nuove perchè fondato su valori autentici che hanno nella fatica, nell’immaginazione e nel sentimento la loro principale fonte di alimentazione.

Arriviamo nel primo pomeriggio all’ingresso di un vecchio stabile le cui linee semplici non tradiscono affatto ciò che ci attende all’interno. Varchiamo la soglia ed eccoci subito immersi fra i colori e i sentori (i tessuti di origine naturale hanno un loro inconfondibile aroma) dei bellissimi prodotti in lana e lino realizzati dal Lanificio Leo: dagli accessori classici per la casa a quelli per l’abbigliamento passando per le creazioni che fondono con maestria l’impronta della tradizione con il design più avanzato. Non a caso due anime convivono oggi nel Lanificio Leo, quello di Peppino, 92 anni, e di suo figlio Emilio, 41 anni, architetto e designer: separati da mezzo secolo di vita, ma uniti dalla ferrea volontà di associare la loro azienda ad un binomio nel quale credono entrambi – tradizione e innovazione – l’unico in grado di proiettare verso il futuro una sfida imprenditoriale che ha radici così antiche.

Alla sua veneranda età Peppino è un “testimone” prezioso. Poichè Emilio è fuori regione per impegni di lavoro, è lui ad accoglierci al nostro arrivo, gentile e premuroso nel suo voler essere il più esaustivo possibile. Osservandolo muoversi fra le sue macchine più antiche, sembra uscito di peso da una di quelle tavole illustrate tipiche dei manuali ottocenteschi d’argomento industriale. Il suo racconto, lucido e dettagliato, accompagna il nostro tour alla scoperta di questo luogo davvero fuori dal comune, lungo un percorso che dal telaio manuale in legno delle bisnonne calabresi arriva fino a quelli di ultima concezione.

La storia parte dalla vicina Carlopoli alla fine dell’Ottocento, prosegue poi agli inizi del ‘900 nei pressi della vicina abbazia cistercense di Santa Maria di Corazzo sui ruderi del cui vecchio mulino fu costruito il lanificio; nel 1915 l’attività continua a Bianchi ma dal 1935 – ci dice Peppino – approda a Soveria Mannelli “perchè il paese era servito da rete elettrica industriale, necessaria per le nuove macchine. Fu mio padre a trasferire qui l’azienda fondata da mio nonno…”. Ci illustra così i vari passaggi del tradizionale processo produttivo che parte dalla lana grezza destinata a diventare un morbidissimo ammasso di fibra, filo e quindi tessuto, in una multiforme possibilità di trame, colorazioni – un tempo realizzate con sostanze naturali –  motivi ornamentali intessuti o stampati. Ed a quest’ultimo proposito, non possono non ricordarsi i 300 antichi stampi intagliati nel legno con i più diversi motivi ornamentali, ancor oggi utilizzati dai Leo per i loro prodotti e variamente combinabili anche su richiesta del cliente.

Peppino ci parla delle macchine, a cominciare dalla prima utilizzata per la filatura ai tempi di suo nonno, avvolta in un alone di magia e chiamata “Diavolo con 60 mani”, perché riusciva a filare contemporaneamente con sessanta fusi, ciascuno dei quali corrispondeva ad una donna nella lavorazione manuale. Nelle diverse forme e funzioni delle macchine presenti oggi in azienda si coglie l’evoluzione tecnologica del settore, e se il francese Joseph Marie Jacquard (XVIII sec.) è riconosciuto come l’inventore dell’omonimo telaio automatico che, primo nella storia, utilizzò le schede perforate per produrre tessuti dai disegni complessi, dalle parole di Peppino apprendiamo che molto tempo prima, nel XV secolo, già un tessitore catanzarese noto a Lione come Jean Le Calabrais, Giovanni il Calabrese, aveva avuto idee rivoluzionarie. Un input, quello datoci da Peppino, che ci ha messi sulle tracce di questo misterioso personaggio invitato a corte da Luigi XI quando volle impiantare la manifattura tessile di Lione. Il suo telaio agitò il mondo operaio dei tessitori francesi che lo  boicottarono paventando un aumento della disoccupazione nel settore tessile.  Secoli dopo Jacquard avrebbe studiato e perfezionato quel telaio, migliorando ulteriormente la realizzazione dei tessuti operati.

Il primissimo modello di business del Lanificio Leo era basato su una sorta di baratto con gli allevatori che fornivano la lana ricevendo in cambio il filo o il prodotto finito; un processo gestito in forma industriale che velocizzava il tutto ma non prevedeva forme di commercializzazione esterna a questo circuito. Le lane provenivano da una diffusa varietà di pecore merinos introdotta dagli spagnoli, la quale incrociatasi con la specie autoctona aveva dato vita alla Gentile di Puglia, una razza dalla lana pregiatissima oggi in fase di netta riscoperta ma a suo tempo surclassata dall’avvento di pecore sarde, più redditizie sotto il profilo della produzione di latte ma dalle lane scadenti.

Muovendo da queste premesse il Lanificio fece da apripista assoluto per una quarantina di aziende analoghe, nessuna delle quali è però sopravvissuta, ed arrivò – nell’immediato dopoguerra – a dare lavoro a circa 50 dipendenti (un numero elevato se rapportato a 3 mila abitanti). I mutamenti del mercato, la scomparsa della pecora Gentile di Puglia, l’assenza di innovazione tecnologica, fra gli anni ’70 e gli anni ’90 misero in difficoltà il Lanificio, rinato a nuova vita con l’impegno di Emilio che, sfuggendo alle logiche rischiose dei finanziamenti pubblici facili, ha preferito rinunciare a voli pindarici e ricominciare la produzione valorizzando al massimo –  in una chiave moderna e antiretorica – i mezzi disponibili e quella tradizione del ‘saper fare’ di cui la sua famiglia è portatrice. Nuova parola d’ordine: “Estendere il valore di significato del prodotto”, un’operazione che in Italia si sta già facendo nel settore enogastronomico e che, secondo Emilio, è replicabile in quello manifatturiero.

Oggi il Lanificio Leo è una azienda-museo in cui più moderne logiche di produzione, con particolare attenzione alla ricerca e al design, e una vocazione rivolta al mercato internazionale, si coniugano con i valori legati al patrimonio industriale tradizionale integrandosi in un modello di gestione che unisce l’attività di impresa con gli strumenti della cultura, puntando ad avere per questa via anche ricadute in termini di marketing. A tal proposito il decennale festival estivo Dinamismi Museali (videoproiezioni, dj set, performance, residenze d’artista) ha consentito al Lanificio di intessere tutta una serie di legami internazionali e di riaprire la fabbrica al pubblico; l’opificio fa inoltre parte della Rete dei Giacimenti della Triennale di Milano e di quella dei Musei d’Impresa. Un approccio che nel 2001 ha consentito all’azienda di arrivare tra i sedici finalisti del premio “Guggenheim Impresa&Cultura” e di vincere il premio “Cultura di Gestione”.

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Lanificio Leo: C'era una volta il Sud...e c'è ancora - Ph. © Ferruccio Cornicello

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La storia del Lanificio Leo - Ph. © Ferruccio Cornicello

Lanificio Leo: una storia di lavoro e di passione. Alla scoperta del più antico opificio tessile calabrese

Scorcio dello studio di Emilio Leo - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Peppino Leo ci mostra la vecchia macchina della 'scardatura' - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Lana dopo la fase di 'scardatura' - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Telai d'epoca funzionanti - Ph. © Ferruccio Cornicello

Lanificio Leo: una storia di lavoro e di passione. Alla scoperta del più antico opificio tessile calabrese

Telai d'epoca funzionanti - Ph. © Ferruccio Cornicello

Lanificio Leo: una storia di lavoro e di passione. Alla scoperta del più antico opificio tessile calabrese

Telai d'epoca funzionanti - Ph. © Ferruccio Cornicello

Lanificio Leo: una storia di lavoro e di passione. Alla scoperta del più antico opificio tessile calabrese

Telai d'epoca funzionanti - Ph. © Ferruccio Cornicello

Lanificio Leo: una storia di lavoro e di passione. Alla scoperta del più antico opificio tessile calabrese

Telai d'epoca funzionanti - Ph. © Ferruccio Cornicello

Lanificio Leo: una storia di lavoro e di passione. Alla scoperta del più antico opificio tessile calabrese

Telaio moderno - Ph. © Ferruccio Cornicello

Lanificio Leo: una storia di lavoro e di passione. Alla scoperta del più antico opificio tessile calabrese

Tessuti - Ph. © Ferruccio Cornicello

Lanificio Leo: una storia di lavoro e di passione. Alla scoperta del più antico opificio tessile calabrese

Telaio moderno - Ph. © Ferruccio Cornicello

Lanificio Leo: una storia di lavoro e di passione. Alla scoperta del più antico opificio tessile calabrese

Telaio moderno - Ph. © Ferruccio Cornicello

Lanificio Leo: una storia di lavoro e di passione. Alla scoperta del più antico opificio tessile calabrese

Filati colorati - Ph. © Ferruccio Cornicello

Lanificio Leo: una storia di lavoro e di passione. Alla scoperta del più antico opificio tessile calabrese

Filati colorati - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Peppino Leo - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Antiche macchine funzionanti - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Antiche macchine funzionanti - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Antiche macchine funzionanti - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Navette industriali - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Peppino Leo al telaio - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Filati colorati - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Telaio moderno - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Peppino Leo - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Peppino Leo - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Peppino Leo con uno degli antichi stampi intagliati nel legno - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Peppino Leo mostra il processo di stampa manuale su tessuto - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Gli antichi stampi - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Gli antichi stampi - Ph. © Ferruccio Cornicello

Lanificio Leo: una storia di lavoro e di passione. Alla scoperta del più antico opificio tessile calabrese

Gli antichi stampi - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Tessitrice al lavoro con filo di lino - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Strumenti di lavoro - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Sarta al lavoro - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Attrezzi e filati - Ph. © Ferruccio Cornicello

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La signora Leo - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Moderni tessuti del Lanificio Leo - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Lanificio Leo store - Ph. © Ferruccio Cornicello

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Lanificio Leo store - Ph. © Ferruccio Cornicello

Lanificio Leo: una storia di lavoro e di passione. Alla scoperta del più antico opificio tessile calabrese

Lanificio Leo store - Ph. © Ferruccio Cornicello

 

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