La Pitë di Alessandria del Carretto. Un antico rito arboreo di comunione fra l’uomo e la natura

Il trasporto della Pitë, Alessandria del Carretto (Cosenza) - Ph. © Francesco Cariati

Il trasporto della Pitë, Alessandria del Carretto (Cosenza) – Ph. © Francesco Cariati

“Tutt’i devòti’i santë Husàndrë jìssene’a ttirà a Pitë!” (tutti i devoti di Sant’Alessandro vadano a tirare la Pitë!)
Il vecchio banditore Alessandro

di Redazione FdS

IL RITO

Ci sono riti che si ripetono immutati da secoli, a volte da millenni, e questo loro inesorabile ritorno altro non è che l’irrinunciabile dialogo fra noi e le nostre radici, la nostra identità più profonda. Un tela di Penelope sulla cui trama costruiamo l’attesa del tempo che verrà, incerto come la riuscita di un raccolto, e quindi da propiziare rinnovando simbolicamente l’unico legame imprescindibile delle nostre esistenze, quello con la natura, con la Madre Terra. Lo abbiamo visto nell’ancestrale rito arboreo del Maggio di Accettura (Matera), lo ritroviamo nell’altrettanto antico e suggestivo rito arboreo della Pitë (abete, nel dialetto locale) ad Alessandria del Carretto, borgo calabrese di 453 abitanti in provincia di Cosenza. L’evento ha luogo fra i monti del Parco Nazionale del Pollino, in un paesaggio mozzafiato, fra l’ultima domenica di aprile e il 3 maggio, quale manifestazione collettiva scandita da consuetudini profane, cerimonie religiose e momenti di puro divertimento, che ogni anno attraggono un numero crescente di italiani e stranieri. Ai momenti salienti di questo evento il fotografo Francesco Cariati ha dedicato il suo reportage.
 

Un momento del trasporto della Pitë – Ph. © Francesco Cariati

Un momento del trasporto della Pitë – Ph. © Francesco Cariati

 
L’evento festivo che si concentra in pochi giorni, ha in realtà una preparazione di circa un mese: a partire dalla scelta dell’albero, che viene segnalato al Comune di Terranova del Pollino, piccolo borgo lucano in provincia di Potenza sempre pronto a farne amichevole dono alla comunità di Alessandria, consentendone l’espianto dal bosco Spinazzeta. Approvato il taglio, l’albero viene marchiato in presenza delle autorità, fra cui il sindaco di Alessandria. Dopo l’abbattimento, che ha luogo la seconda domenica di aprile, l’abete viene ritualmente scisso in due parti, il tronco e la cima; il primo viene ripulito per bene e messo a misura, dopodiché – l’ultima domenica del mese – entrambe le parti vengono trasportate per chilometri, a forza di braccia, fin dentro il paese.
 
Un momento di pausa durante il trasporto della Pitë - Ph. © Francesco Cariati

Un momento di pausa durante il trasporto della Pitë – Ph. © Francesco Cariati

 
IL TRASPORTO DELLA PITË | GUARDA LA PHOTO GALLERY

Seguire il trasporto dell’abete lungo il crinale del Monte Sparviere è un’esperienza esaltante perché vi si scorge rappresentato,  simbolicamente e materialmente, il rapporto faticoso  – ma vitale e indispensabile per la sua sopravvivenza – fra l’uomo e la natura; natura che qui, fra i monti del Pollino, è di una bellezza arcadica e rude al tempo stesso. Imponenti montagne fitte di boschi, a tratti sullo sfondo dell’orizzonte marino, si alternano a paesaggi carsici costellati di macchia odorosa e a prati pieni di orchidee, viole, veccie, speronelle, primule e papaveri. Dopo il lungo letargo invernale, la primavera dà progressivamente corpo a un’orgia di colori e profumi in cui da millenni le comunità agro-pastorali del Mediterraneo ritrovano il senso del perenne ciclo naturale di nascita, vita, morte e rinascita. Ed è evidente come la festa della Pitë sia espressione di una cultura contadina che lotta con orgoglio per sopravvivere nel nostro tempo, trasmettendo oralmente e con l’esempio i saperi tradizionali legati a questa ricorrenza.
 

Uno dei trasportatori della cima di abete - Ph.  © Francesco Cariati

Uno dei trasportatori della cima – Ph. © Francesco Cariati

 
Ogni 29 aprile, con qualsiasi tempo atmosferico, la montagna torna dunque a ripopolarsi di alessandrini e di visitatori, lungo sentieri un tempo frequentati abitualmente da contadini, pastori, boscaioli, carbonai, fra lo scampanio, il belato e il muggito degli armenti. Tornano ad attuarsi quelle regole non scritte che sono riappropriazione della memoria collettiva, dei ruoli all’interno della comunità, delle antiche conoscenze tecniche e degli strumenti di lavorazione dei materiali, dei suoni, dei canti, dei balli, la cui eco sembra giungere dalla profondità dei secoli.
 
Si suona fino a spellarsi le dita - Ph. © Francesco Cariati

Si suona fino a lacerarsi le dita… – Ph. © Francesco Cariati

 
Regole che proprio perché fondate sulla partecipazione, si adattano allo spirito del tempo: se infatti le donne rimanevano un tempo rigorosamente tagliate fuori da un rito esclusivamente maschile, e apparivano solo in località Difisella, al tramonto, nell’ultima fermata del corteo prima dell’arrivo della Pitë in Piazza S. Vincenzo, oggi sono parte attiva fin dalle fasi preliminari, durante quella del trasporto dell’albero e persino della scalata. Mutato anche l’approccio ai visitatori, la cui presenza era un tempo sgradita nelle fasi rituali della festa e tollerata solo durante i momenti religiosi e di divertimento come quello della scalata della Pitë; oggi al contrario li si invita ad assistere e a partecipare attivamente alle varie fasi, tranne che a quella di innalzamento.
 
La presenza femminile, un'acquisizione degli ultimi anni - Ph. © Francesco Cariati

La partecipazione femminile al rito, un’acquisizione degli ultimi anni – Ph. © Francesco Cariati

 
Il trasporto dell’enorme tronco d’abete, lungo circa 20 metri, è certo la fase più suggestiva della festa. C’è una vera e propria sfida in quel trascinarlo per chilometri, ora in terreno piano ora in ripida discesa. Non è una sfida contro la natura, ma verso sé stessi, per dimostrarsi capaci di ottenere ciò che la natura ha da dare. Una straordinaria prova fisica che trova la ”spinta” nella devozione, nell’euforia del vino e del cibo consumato on the road fra il suono di zampogne, tamburelli, violini e organetti, canti a squarciagola e vorticose tarantelle. Meno plateale il trasporto della cima (cimàhë), che fa la sua improvvisa comparsa a metà del ”viaggio” ed è delicatamente portata a spalla fino in paese da un gruppo di devoti, come una principessa.
 
Il suono di violini, tamburelli e organetti riecheggia nelle radure... - Ph. © Francesco Cariati

Il suono di violini, zampogne, tamburelli e organetti riecheggia nelle radure… – Ph. © Francesco Cariati

 
Il trasporto del pesantissimo tronco, reso ancor più complesso dal percorso accidentato, richiede – com’è intuibile – un’adeguata tecnica e gestualità: sette lunghi bastoni (tire), utili alla presa, vengono attaccati al tronco tramite sette anelli chiodati (vuccùhë) e speciali corde fatte di rami attorcigliati di prugno selvatico ammorbiditi col fuoco (tortë).
 
Le tortë, i legacci di prugno selvatico - Ph. © Francesco Cariati

Le tortë, i legacci di prugno selvatico – Ph. © Francesco Cariati

 
Ai primi colpi di mortaio sparati da un fuochista di Rossano, la Pitë inizia il lungo percorso verso Alessandria. Il trasporto è coordinato da un ”capo”, che stando sul tronco incita i tiratori e li istruisce affinché sincronizzino i loro movimenti. La fatica è tanta, ma diverse sono le fermate, ragion per cui il rito prosegue per circa 12 ore, dal mattino a sera inoltrata.
 
Il 'capo' incita i tiratori della Pitë - Ph. © Francesco Cariati

Il ‘capo’ incita i tiratori della Pitë – Ph. © Francesco Cariati

 
Intanto, lungo il percorso è tutto un susseguirsi di cibo, vino bevuto dentro limoni incavati, suoni, canti e balli tradizionali, fino all’arrivo in paese a sera, non prima di essersi fermati a Difisella dove tutti i partecipanti si ristorano con la cucina tipica del luogo, per poi riprendere il cammino verso la piazzetta San Vincenzo dove l’abete sosterà fino al 2 maggio, giorno in cui il tronco verrà lavorato per renderlo ben levigato.
 
Uno dei passaggi più difficili del trasporto della  Pitë - Ph. © Francesco Cariati

Uno dei passaggi più difficili del trasporto della Pitë – Ph. © Francesco Cariati

 
Il mattino del 3 maggio, giorno del Santo, il tronco viene finalmente ricongiunto alla cima in un simbolico ”matrimonio”. L’incontro avviene sulla piazza: ad arrivare per prima è la cima sulla quale sta accavallato un giovane suonatore di zampogna, mentre i portatori oscillano per “farla danzare”;  poi arriva il tronco, sul quale siedono i quattro tiratori più anziani. Unite le due parti, giunge il momento di issare la Pitë, piantandola in un fosso praticato nel selciato, manovra compiuta con arcaici strumenti e tanta forza collettiva, finché quest’opera dell’uomo ridiventa albero, svettante contro il cielo azzurro, ma trasformato in un albero della cuccagna dalla cui cima pendono prodotti locali che i più temerari tenteranno di conquistare azzardando una scalata senza strumenti di supporto.
 
La Pitë viene issata attraverso dei tiranti in fibra di prugno selvatico – Ph. © Francesco Cariati

La Pitë viene issata attraverso dei tiranti in fibra di prugno selvatico – Ph. © Francesco Cariati

 
Non è detto infatti che qualcuno riesca ad emulare le imprese di antichi e mitici scalatori come i fratelli Coppa, gli Adduci o Ciccio u Noièsë. La scalata è preceduta dalla celebrazione della messa e della processione dedicate a Sant’Alessandro e seguita da un’asta pubblica di prodotti alimentari locali fra i quali i taralli, il vino e i prelibati funghi prugnoli (misceruhë). A fine giornata la Pitë viene abbattuta, crollando al suolo fra gli applausi dei presenti che coglieranno un benaugurante rametto d’abete o acquisteranno all’incanto un pezzo del suo legno per ricavarne qualche oggetto.
 
Fin sulla cima della Pitë... - Ph. © Francesco Cariati

Fin sulla cima della Pitë… – Ph. © Francesco Cariati

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LE POSSIBILI ORIGINI DEL RITO

Una tradizione orale vuole che il rito della Pitë sia nato agli inizi del Seicento in coincidenza con la fondazione del paese da parte del Marchese di Oriolo Alessandro I Pignone del Carretto, membro di una nobile famiglia provenzale giunta nel sud Italia al seguito degli Angioini. A offrirne l’occasione sarebbe stato un evento prodigioso riferito da un boscaiolo, il quale avrebbe visto del sangue fuoriuscire dal tronco di un abete bianco (Abies alba) al cui interno c’era un’immagine di Sant’Alessandro Papa Martire, decapitato a Roma, sulla Via Nomentana, nel II° secolo d.C. Questa narrazione sembra però riprodurre il classico schema dell’evento “mitico” associato all’opera di un personaggio di rilievo – in questo caso la fondazione del borgo voluta dal nobile – che qui trova la sua legittimazione nell’epifania di un santo venerato dalla chiesa cristiana. In realtà ci troviamo in un’area, fra Calabria e Lucania, in cui la presenza dei riti arborei è diffusa da epoca immemorabile e sembra parlare il linguaggio del sincretismo, ossia della convergenza di concezioni e pratiche religiose fra paganesimo e cristianesimo, nelle quali il prevalere del secondo sul primo non è stato tale da cancellare ogni traccia del vecchio ordine. Può essere quindi utile ripercorrere alcune delle ritualità più antiche caratterizzate dalla presenza dell’abete per ricavarne interessanti suggestioni.
 

Novella ''menade'', una delle tante ragazze partecipanti alla festa della Pitë  - Ph. © Francesco Cariati

Novella ”menade”, una delle tante ragazze partecipanti alla festa della Pitë – Ph. © Francesco Cariati

 
Ripercorrendo le fonti sull’antica mitologia degli alberi, scopriamo che l’abete, molto ricorrente in ambito cultuale, è solitamente collegato alle idee di nascita e di rinnovamento. In particolare nell’antica Grecia, luogo a noi più vicino fisicamente e culturalmente, l’abete bianco (elàte) era sacro ad Artemide, dea della Luna, protettrice delle nascite, in onore della quale si usava intrecciare con edera un ramo di abete dotato in punta di una pigna; ma a riecheggiare in modo affascinante la Pitë di Alessandria, è un rito primaverile in onore della Grande Madre, che si ritiene consistesse nell’innalzamento di un abete nella piazza del mercato e in una cerimonia rituale in cui uomini nudi, armati di magli, percuotevano sul capo un’effigie della Madre Terra per “liberare” lo spirito dell’anno nuovo. Non a caso in Grecia e a Roma, le pigne di abete erano emblemi della grande madre Cibele, dea di origine frigia simboleggiante la fertilità della terra, raffigurata seduta sopra un cocchio tirato da leoni, con accanto Attis, il giovane da lei amato, che portava un albero di abete, pianta in cui la dea lo aveva mutato dopo essere stato ferito a morte da un cinghiale mandato da Zeus. Legato a questo mito era a Roma la processione dell’Arbor intrat (entra l’albero), uno dei momenti della festa primaverile del Dies sanguinis (così chiamata perché in quel giorno il gran sacerdote si feriva per spargere sull’albero sacro del sangue in ricordo di quello versato da Attis, da cui nacquero le viole). Il rito, celebrante appunto la morte di Attis, prevedeva il taglio di un abete di cui si fasciava il tronco con sacre bende di lana rossa, lo si ornava di viole e strumenti musicali e delle effigi del giovane dio, dopodiché veniva trasportato dai “dendrofori” fino al tempio di Cibele, dove si commemorava Attis,  la cui morte e resurrezione simboleggiava il ciclo vegetativo della primavera, lo stesso che sembrerebbe celebrare la Pitë di Alessandria del Carretto.

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Una "ninfa" dei giorni nostri alla festa della la Pitë di Alessandria del Carretto - Ph. © Francesco Cariati

Una “ninfa” dei giorni nostri alla festa della la Pitë di Alessandria del Carretto – Ph. © Francesco Cariati

 

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