La Donna Serpente di Alfredo Casella. Il Festival della Valle d’Itria riscopre un gioiello musicale del Novecento

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Un momento dell’opera La donna serpente di Alfredo Casella, al 40° Festival della Valle d’Itria, Martina Franca (Taranto) – Ph. Laera

di Enzo Garofalo

Lo scorso 18 luglio (noi abbiamo seguito la replica del 26) è tornata sulle scene, dopo lunghissima assenza, “La donna serpente” del compositore torinese Alfredo Casella su libretto di Cesare Vico Lodovici tratto dall’omonima fiaba di Carlo Gozzi. Un’autentica perla del cartellone di questo 40° Festival della Valle d’Itria di Martina Franca che, come di consueto, non è avaro di interessanti scoperte e riscoperte. La preziosità è data da diversi elementi: a cominciare dall’incarnare, questa “opera-fiaba”, l’approdo tardivo al teatro lirico di un musicista sapientissimo a lungo nutritosi soprattutto di musica sinfonica e cameristica, nonché vicino alle avanguardie degli anni intorno al primo conflitto mondiale, aspetti che certo non favorirono buoni rapporti col melodramma.

Questa idiosincrasia – che lo portò in ambito teatrale ad interessarsi soprattutto al balletto, come occasione di unione fra elemento sonoro e visioni plastiche, da privilegiare rispetto al rapporto musica-parola tipico dell’opera – fu però superata dopo una lunga pausa dall’attività compositiva fra il ’18 e il ’23, dopo la quale ritroviamo un Casella intento, con rinnovato spirito, a preservare la caratteristiche italiche della melodie e della tonalità. Questo si manifestò soprattutto nel recupero di alcune forme della civiltà strumentale italiana, soprattutto quella del Sei-Settecento, ma rivissute senza nostalgie rievocative o lirismi romantici. La tradizione come ben si nota nella “Donna Serpente”, viene infatti metabolizzata dall’autore in modo personalissimo, approdando – ed ecco l’altro elemento di preziosità di questo lavoro – ad un risultato creativo di grande libertà, limpidissimo pur nelle sue spericolate architetture, ricco di arditezze armoniche, di ricercatezze timbriche, di magistrali soluzioni orchestrative, di scelte teatrali che fanno convivere l’elemento fiabesco con la commedia dell’arte, sentimenti umanissimi con personaggi che agiscono in atmosfere sospese ed oniriche. Un prologo e tre atti di totale fantasmagoria musicale e scenica capace ancora di affascinare il pubblico del nostro tempo grazie appunto alla freschezza di una partitura che non denuncia affatto la sua età (l’opera è del 1931).

Si è dunque rivelata perfetta la sintonia fra la musica di Casella e l’immaginario fantastico del settecentesco Gozzi, che già aveva catturato, ciascuno a suo modo, altri compositori come Busoni, Puccini e Henze. Una combinazione fatta rivivere a Martina Franca in modo eccellente, per la parte più strettamente musicale, dall’Orchestra Internazionale d’Italia diretta dal M° Fabio Luisi che ha saputo ripercorrere con brillantezza i fitti risvolti di una partitura decisamente complessa.

Diseguale il livello del cast vocale che ha comunque nell’insieme garantito una buona riuscita dello spettacolo. A narrare, tra fiaba e commedia dell’arte, tragedia e farsa, la storia della fata Miranda e del suo travagliato amore per un comune mortale come il giovane re di Téflis, un nutrito gruppo di artisti fra i quali va citato in primis il tenore Angelo Villari (il re Altidor), distintosi per vigore e nitidezza di suono, qualità del fraseggio, chiarezza di esposizione, temperamento scenico. Il ruolo di Miranda avrebbe meritato un soprano dalle venature più drammatiche rispetto alla giovanissima Zuzana Markovà, peraltro dotata di buone qualità vocali (da integrare con una maggiore chiarezza di esposizione) e di una presenza scenica che ha circonfuso il palcoscenico di fascino ed eleganza. Scenicamente efficace ma vocalmente poco a fuoco il Demogorgòn, re delle fate, del baritono Carmine Monaco, abitué del palcoscenico martinese. Ottimo come sempre, soprattutto nelle caratterizzazioni brillanti e comiche, il baritono Domenico Colaianni (Albrigòr, una delle maschere), anch’egli veterano del festival. Fra i comprimari si sono distinte per qualità vocali e sapiente controllo della scena i soprani Vanessa Goikoetxea (Armilla, sorella del re Altidor) e Anta Jankovska (la fata Farzana). Buoni tutti gli altri, fra cui ricordiamo Candida Guida (Canzade), Pavol Kuban (Pantulf), Timothy Oliver (Tartagil), Davide Giangregorio (Togrul). Positiva la performance del Coro della Filarmonica di Stato ‘Transilvania’ di Cluj-Napoca.

Nuova splendida prova registica a Martina Franca per Arturo Cirillo, dopo la bellissima Napoli milionaria di Rota del 2010. Nella Donna Serpente ha trovato espressione al meglio la sua dichiarata visione del teatro come “luogo del fantastico, in cui le favole dell’infanzia possono continuare ad esistere, in cui la verità del cuore può convivere con la finzione del tutto”, visione materializzatasi in una regia apparsa quale naturale complemento della musica caselliana. In tale direzione, rilevante è stato anche il contributo dei coloratissimi ed estrosi costumi di Gianluca Falaschi e delle azzeccatissime scene di Dario Gessati. Un plauso anche al gruppo di danzatori di Fattoria Vittadini, costante e vivacissima presenza in scena su coreografie di Riccardo Oliver.

Il pubblico del gremitissimo cortile interno del seicentesco Palazzo Ducale di Martina Franca ha accolto con entusiasmo lo spettacolo, calibrando ogni applauso con grande oculatezza.

 

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