Fra oscenità e poesia, l’amore a Pompei nelle scritte graffite sui muri

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Dettaglio della scena erotica dipinta nel cubiculum della Casa del Centenario (IX 8,3) a Pompei, I sec. d.C. – Photo by Wolfgang Rieger | Le iscrizioni sono invece a cura di fer.filol | Lic.  Public domain

Quisquis amat valeat
pereat qui nescit amare
bis tanto pereat
quisquis amare vetat

(da un muro di Pompei)

di Kasia Burney Gargiulo

Se pensiamo a Pompei non possiamo fare a meno di correre con la mente alle sue case, agli oggetti, agli affreschi, meravigliose testimonianze che questa città campana cristallizzata nel tempo ci ha lasciato in eredità. Accanto però a questo straordinario lascito ‘’materiale’’ ce n’è un altro su cui tendiamo a soffermarci di meno nelle nostre visite, anche perché fra noi ed esso c’è il diaframma della lingua, quel latino che un tempo era per l’Europa intera sinonimo di cultura e che oggi, a tanti pseudo intellettuali, appare come una sorta di palla al piede da cui “liberare” la scuola il prima possibile. Mi riferisco a tutto quel patrimonio di iscrizioni dipinte o graffite sui muri di Pompei che, insieme agli affreschi, per un fortuito gioco del destino, ci restituiscono l’immagine di una città “viva”, fatta di sentimenti e di passioni, una città che le persone sensibili all’arte e alla vita amano così tanto proprio perché in fondo ci racconta come siamo stati, come continuiamo ad essere e come, forse, saremo per sempre.

L’intera quotidianità, anche quella più intima, dai muri di Pompei si rivela al mondo moderno, regalandoci spesso la sensazione di sentir riecheggiare la nostra stessa voce e i nostri pensieri più personali. Pompei conserva graffiti di vario genere: troviamo slogan di propaganda elettorale, annunci di spettacoli, semplici promemoria, insegne di alberghi ed osterie con relativi avvertimenti dell’oste, sfoghi personali, maldicenze su persone odiate, poetici messaggi amorosi o altri di carattere decisamente osceno.

Volendo usare una similitudine contemporanea che – ne sono convinta – non dispiacerebbe ai nostri progenitori pompeiani, mi verrebbe da dire che loro usavano i muri della case, delle botteghe, degli edifici pubblici, come dei “blog” su cui scrivere pensieri, annunci, minacce, promesse. E per di più “blog” con facoltà di commento, se si pensa che sovente – come del resto accade oggi sui muri delle nostre città – intervenivano altri “writers” a inserire risposte, a seconda dei casi favorevoli o avverse al “post” di turno. Prendiamone ad esempio uno a tematica amorosa, che è quella da me scelta per parlarvi di questo “volto” semisconosciuto di Pompei; scrive un pompeiano in piena euforia da innamoramento: “gli amanti sono come le api: vivono la loro vita nel miele”. Ma ecco che qualcuno, evidentemente già disilluso, aggiunge più in basso “…Magari !”.

In materia erotica sui muri di Pompei si trova di tutto: dai messaggi d’amore più aulici e poetici alle frasi più sconce e scurrili. Frequenti anche gli sfoghi per un amore non corrisposto. L’amore “evocato” sui muri di Pompei non ha confini, nel senso che non è solo eterosessuale, come del resto si confaceva ad una società che non conosceva il concetto di omosessualità quale lo intendiamo noi oggi, con il suo carico di pregiudizio, ma distingueva i comportamenti sessuali solo in base ai ruoli, attivo o passivo. In questo campo troviamo ad esempio il messaggio graffito di una donna che ama un’altra donna ma è indispettita dal fatto che la sua amata si sia innamorata di un uomo, e così cerca di metterla in guardia dagli uomini in generale. Sul versante più strettamente pornografico, ecco ad es. un graffito indirizzato a qualche nemico di cui possiamo immaginare la reazione: “Guarda che tua moglie lo succhia ad un altro. Ora ne sei al corrente”. Oppure ancora lo spot promozionale di una prostituta: “Schiava si offre per due monete. E’ di gusti raffinati” .

Diciamo pure che certi messaggi non sono troppo diversi da quelli che capita di leggere oggi sui muri delle toilettes pubbliche o alle fermate del metro. E così proseguendo in questo nostro insolito excursus per le vie di Pompei scopriamo ad es. che presso la celebre Casa dei Vettii esercitava il “mestiere” una certa Eutichide che si definiva “greca e di garbate maniere”, espressione che è difficile stabilire se si riferisse al carattere della donna oppure a qualcuna delle sue “specialità”. In ogni caso risultava decisamente economica, “solo due assi”, per quanto le prostitute più “low cost” fossero quelle suburbane, ossia quelle che “battevano” in zona necropoli. Qui spesso dovevano vedersela con i concorrenti maschi (a Pompei esistevano già gli ‘escort’ per soli uomini): “Felix lo succhia per un asse” scrive qualche giovanotto su un monumento sepolcrale, offrendo la sua bocca ai viandanti della strada per Nocera al prezzo di un boccale di vino. Alle signore ci pensano invece Glicone e Marittimo: il primo “la lecca per due assi”, mentre il secondo lo fa “per quattro assi” e “accetta le vergini”.

Ma in giro per la città non mancava chi offrisse lo stesso “servizio” a prezzi ben più alti: “Euplia lo succhia per cinque assi” scrive sul muro di una casa una “signora” dall’esplicito nome di “colei che sa ben navigare”, epiteto di Venere riservato solo alle prostitute più “in”. Questa Euplia doveva davvero spopolare, considerato che il suo nome appare diverse volte sui muri di Pompei, come del resto sembra confermare una scritta volta ad informarci che “migliaia di uomini valenti si sono congiunti con lei”, record non certo vantaggioso come fa rilevare un cliente forse scontento che deplora l’eccessiva “capienza” di Euplia. Più pudica invece la ragazza che sulla propria casa scrive: “sono tua per una monetina”.

Trasferendoci nel quartiere “a luci rosse” di Pompei (l’Olanda non ha inventato nulla!) entriamo in un lupanare (un bordello dell’epoca) e accanto al quadretto dipinto di un accoppiamento “a tergo” qualcuno, forse la stessa tenutaria, ha scritto: “Spingi dentro lentamente”. Ironica suona invece la frase che campeggia accanto ad un bassorilievo a forma di fallo in cui si legge: “Quando mi fa piacere, mi ci siedo sopra”. Ritorniamo quindi fra le private abitazioni e scopriamo che qualcuno sull’uscio di una casa ha voluto mettere i puntini sulle “i” nei confronti forse della padrona di casa: “Bambina, molti ti amano. Aniceto lo fa col membro”. Senza mezzi termini è invece l’entusiastica frase che compare su un muro delle Terme Stabiane: “Sto venendo!”

Come già vi anticipavo, i graffiti contenenti oscenità non esauriscono il panorama dell’erotismo “raccontato” dai pompeiani. Altri, di natura più innocentemente amorosa, pervadono i muri della città vesuviana offrendosi al gusto della nostra scoperta: “Qui Romula si intrattiene con Stafilo” leggiamo nell’atrio di una casa, mentre nella Grande Palestra qualcuno scrive “Antioco si è trattenuto qui con la sua Citera”. Frasi lapidarie ma allusive, sebbene non così coinvolgenti come quella che si legge sul muro di una locanda: “Vibio Restituto qui dormì solo e desiderava la sua Urbana”. Saggezza di vita vissuta è quella che emerge dalle parole di una donna consapevole delle debolezze umane: “Venere avvolge nella rete. E poiché lancia attacchi al mio amato, gli procurerà tentazioni lungo la via. Lui si auguri una buona navigazione, che è quanto per lui chiede anche la sua Arione”.

Ma se i pompeiani invocano spesso Venere nei loro affari di cuore o di letto, non manca chi le impreca contro, come quel tale che ad un Agatone che prega la dea, risponde “Voglio che Venere crepi!”. Non è l’unico ad avercela con “colei per la cui opera tutto viene concepito”; ecco cosa scrive un pompeiano certamente reduce da un cocente delusione d’amore: “Vada in malora l’amore, alla dea Venere voglio spezzare le costole a colpi di bastone e storpiarle i fianchi; se lei può trafiggere il mio tenero cuore, perché io non dovrei spaccarle il capo col bastone?” Ma Venere, per la sua proverbiale bellezza, diventa anche il metro di paragone per cantare le lodi della propria fidanzata: “Chi non ha visto la Venere dipinta da Apelle, guardi la mia ragazza: lei risplende al pari di quella.”

Un muro a Pompei offre poi anche l’occasione per esprimere il proprio bruciante desiderio, come quello provato da un tale per una certa Novella Primigenia, donna di Nocera a quanto pare ambitissima dai maschi pompeiani. Ecco i sorprendenti versi rivolti alla donna della quale viene fornito anche l’indirizzo: “Salute a te Primigenia di Nocera. Mi basterebbe per non più di un’ora essere la gemma dell’anello (che ti offro) per dare a te che la inumidisci con la bocca (nell’imprimere il sigillo) i baci che sopra io vi ho impressi.” Ancora la forza del desiderio aleggia nelle parole del tale che scrive: “Chi trascorrerà con te la notte in un sonno felice…? Ah, potessi essere io! Certamente sarei molto più felice.” Delicato è il verso di un innamorato alla sua amata: “Salve, o Cestilia, regina di Pompei, anima dolce.” La retorica amorosa già si tinge di lirismo trobadorico nelle parole di questo innamorato: “Mentre scrivo è Amore a dettarmi e Cupido mi regge la mano: possa io morire se desideri essere un dio senza di te”.

Ma l’amore non è sempre idilliaco; allora come oggi le storie vivevano i loro momenti di crisi oppure un sentimento, per quanto intenso e delicato, poteva non essere ricambiato: “Serena non si cura affatto di Isidoro” ci informa una anonima mano pompeiana. “L’ira è appena esplosa, è più opportuno andare via. Quando il risentimento si sarà dissolto, credici, poi tornerà anche l’amore” consiglia una persona evidentemente di grande esperienza.

Oggi ci sorprendiamo per certi annunci sui media con i quali taluno baratta la propria ricchezza con un legame matrimoniale. Ecco cosa scriveva qualche uomo attempato 2 mila anni fa su un muro di Pompei: “Zosimo saluta Vittoria. Ti chiedo di farmi da sostegno in questa età. Se credi che io non abbia denaro, allora non amarmi.” E che la moneta sonante o i regali potessero aprire certe porte ben si sapeva anche a Pompei, come si evince da questa iscrizione: “Rimanga sbarrata la tua porta a chi implora;si spalanchi, invece, a chi porta doni. Possa udire l’amante che è entrato i lamenti di colui che è rimasto fuori.” O da quest’altra: “faccia ben attenzione il portiere a chi porta doni, e se bussa uno a mani vuote rimanga sordo e sonnecchi fino a sera inoltrata.” Ma ecco il disappunto della ragazza tradita affidato ad un muro: “Virgola dice al suo Terzo: ma sei proprio uno schifoso, un porco!”

Non mancano poi le iscrizioni ironiche e beffarde come quella volta a sminuire un soldato sbruffone che evidentemente era solito atteggiarsi a grande sciupafemmine: “Floronio il trombatore, soldato della VII legione, è stato qui a Pompei, ma se ne sono accorte solo poche donne, saranno appena sei…”. Oppure quella che ci informa sulle “calienti” inclinazioni di una signora: “Romula lo succhia al suo uomo, qui e ovunque”, la stessa signora di cui apprendiamo che “di uomini ne ha mille e trecento!”. Diffuse anche le iscrizioni autocelebrative, come quella che campeggia su una parete della celebre Villa dei Misteri, il cui autore esprime le sue prodezze con finto senso di colpa: “Qui ho trafitto rudemente la signora, allargandole il sedere, ma certo è stato sconveniente poi dover scrivere questi versi.” Un altro pompeiano consegna invece ai posteri la sua soddisfazione per le doti labiali di una fanciulla: “O Rufa, che tu possa rimanere sempre in salute, perché sai spompinare proprio bene!”. Una fanciulla ci da’ invece lezioni di logistica segnalandoci il posto della sua iniziazione: “Qui sono stata scopata”. Un’altra si lamenta invece della defaillance del suo uomo: “Giocondo non sa scopare bene”. Un’altra ancora ci conferma le doti nascoste di un certo Crescente: “Il fallo duro di Crescente…è enorme!”. Divertente l’ordine categorico con cui una signora affronta l’uomo oggetto del suo desiderio: “E’ il tuo membro a imporcelo: dobbiamo fare l’amore!”

Vi dicevo prima che a Pompei l’amore e il sesso non hanno limiti di genere, come dimostra questo struggente lamento d’amore di una lesbica rivolto alla donna amata che si è lasciata sedurre da un uomo. E a lei rivolge anche l’invito a stare in guardia dalla mutevolezza degli uomini: “Ah, potessi io aggrapparmi al tuo collo in un abbraccio e coprire di baci le tue tenere labbra. Per ora va, o fanciulla, e affida le tue gioie al vento. Credimi, l’animo degli uomini è mutevole. Spesso nel cuore della notte io stessa mi sono trovata a vegliare, riflettendo con smarrimento su queste cose. Molti che la fortuna ha innalzato, all’improvviso li fa precipitare tenendoli in stato di estrema soggezione. Allo stesso modo, così come Venere d’improvviso congiunge i corpi degli amanti, così li divide.” Passione tutta maschile, omo o bisessuale, è quella lapidariamente espressa così: “Ho voglia di scoparmi un ragazzo!” C’è poi chi ripiega sul rapporto omosessuale forse stanco di certi defatiganti indugi femminili, e così scrive: “Qui mi inchiappetto Rufo, caro a tutti. Disperatevi pure, o fanciulle, e a te, altera vagina, porgo il mio commiato!”

Ma al di là di tutto, l’emblema della visione che dell’amore ebbero i pompeiani la troviamo in questi quattro versi che ho scelto come epigramma di apertura per questo articolo: “Chi ama goda di buona salute; muoia chi non sa amare; muoia due volte chi impedisce d’amare”. Versi che mi piace considerare una sorta di contraltare a quelli di stupenda poesia con cui chiudo questa carrellata sulle iscrizioni erotiche pompeiane e che alludono all’estrema fragilità del sentimento d’amore: “Nulla è possibile che duri in eterno: il sole che già alto splendeva, eccolo immergersi nell’abbraccio del mare, e in falce si muta la luna, ancora piena solo un attimo fa. Allo stesso modo l’impeto dei venti spesso si muta in leggera brezza”.

Visitate Pompei, perché a percorrere oggi le sue vie si finisce col rimanere ancora impigliati nella sottile rete di sensualità che Venere, divinità tutelare della città, sembra averle tessuto intorno per strapparla a quella morte definitiva che è l’oblio, riconsegnandocela ‘’viva’’ e vibrante attraverso i pensieri dei suoi cittadini vergati sui muri.

Su questo tema vorrei infine consigliarvi il bellissimo libro dell’archeologo Antonio Varone, Erotica Pompeiana, uscito un po’ di anni fa per l’editore “L’Erma di Bretschneider”, nella cui introduzione l’autore mette in evidenza come il sesso e l’erotismo avessero per i Pompeiani meno complicazioni psicologiche e sociali di quante ne abbiano in un’epoca come quella attuale, pur considerata ad alto “consumo” sessuale ma in realtà solo apparentemente “liberata”. L’autore ci offre quindi la giusta chiave di lettura per cogliere le fortissime – e a volte toccanti – similitudini, ma anche le differenze fra noi e i pompeiani. Scrive Varone, parlando di Pompei: “In una società che non conobbe né il dubbio del peccato né la pruderie o la malizia di tanta letteratura moderna, l’ amore diventa dimensione terrena dell’ uomo: l’osceno non esiste, o si trasfigura. Di certo, l’ amore che traspare dalle pareti di Pompei non conosce morbosità di sorta, pur in gesti che la nostra sensibilità propenderebbe a considerare turpi; mai, come nell’età classica, l’amore ha potuto giovarsi di tutta la spiritualità terrena che è insita nella sua natura; mai come allora il sentimento si è fuso così intimamente con la carne. In nessun altro posto, come Pompei, è possibile recuperare attraverso il messaggio e il segno lasciato dagli uomini che vi vissero la cifra e il senso che un’umanità dalla spiritualità così diversa dalla nostra, eppure così identica a noi, riusciva a cogliere e a vivere.”

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Bibliografia di approfondimento:

Antonio VaroneErotica Pompeiana (ed. L’Erma di Bretschneider) – 1994
Francesco P. Maulucci Vivolo Pompei. I graffiti d’amore (Bastogi editore) 1995
 
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