Fitoalimurgia popolare ovvero le piante spontanee nella alimentazione umana

Papaveri (Papaver rhoeas L.) - Ph. © Domenico Puntillo

Papaveri (Papaver rhoeas L.) – Ph. © Domenico Puntillo

di Domenico Puntillo*

Infiorescenza di cicoria (Cychorium intybus) - Ph. © Domenico Puntillo

Infiorescenza di cicoria (Cychorium intybus) – Ph. © Domenico Puntillo

Prima di tutto un po’ di storia. La parola alimurgia è stata coniata da Ottaviano Targioni Tozzetti, medico fiorentino, che, a seguito della carestia del 1764, scrisse un trattato intitolato De alimenti urgentia. Alimurgia, che compare nel sottotitolo, secondo alcuni sarebbe la contrazione di “alimenta urgentia” oppure deriverebbe da due parole greche: alimos = che toglie la fame ed ergon = lavoro, attività. Fu Mattirolo, botanico torinese, nella sua opera Phytoalimurgia Pedemontana del 1918, che aggiunse il prefisso fito (dal greco phytón = pianta) onde oggi più propriamente, questa branca della botanica, si chiama Fitoalimurgia. Lo scopo del lavoro di Targioni Tozzetti era quello di “rendere meno gravi le carestie” incentivando l’uso delle piante selvatiche per sopperire alla penuria dei mercati. La fitoalimurgia consiste nella conoscenza dell’uso delle piante spontanee come risorsa alimentare autonoma o di integrazione.

Certo questa conoscenza, mentre è indispensabile nei popoli definiti primitivi che si cibano con i prodotti spontanei della natura, diventa anacronistica nelle nostre civiltà come recupero delle piante autoctone per motivi di sopravvivenza. Questa attività, nei tempi moderni, può assumere, però, diversi significati. Prima di tutto quello di una alimentazione più salubre purché si utilizzino piante raccolte in luoghi privi di diserbanti, anticrittogamici e pesticidi che incombono un po’ ovunque. In ogni caso le piante selvatiche devono essere raccolte in luoghi lontani da coltivazioni intensive nonché dai centri urbani. In secondo luogo ci offre la possibilità di fare delle ottime passeggiate distensive in campagna e respirare un po’ d’aria salubre. E non è poco se nello stesso tempo ci fa riappropriare dei vecchi sapori sopiti da tempo immemorabile.

Capolino di cicoria selvatica (Cychorium intybus) - Ph. © Domenico Puntillo

Capolino di cicoria selvatica (Cychorium intybus) – Ph. © Domenico Puntillo

Ma c’è ancora chi ricorda, attraverso le testimonianze dei genitori e soprattutto dei nonni, l’uso delle piante selvatiche nella alimentazione umana. Paradossalmente e per fortuna, nelle zone rurali, quest’uso sopravvive ancora e di tanto in tanto si vedono degli anziani che girovagano nei prati quasi spigolando nei campi incolti, con delle buste e un coltello a cercare la Cicoria selvatica (Cychorium intybus), la Porcellana in vernacolo calabrese Purchiaccha (Portulaca oleacerea). Pur essendo estremamente infestante nei nostri orti spesso viene trascurata dai più. Mentre, pochi, la consumano in insalata: e fanno bene perché le vengono attribuite proprietà diuretiche, depurative, dissetanti e anti-diabetiche. Recentemente ricercatori hanno appurato che la pianta è ricca di acidi grassi polinsaturi di tipo omega 3 (100 g di foglie di portulaca contengono all’incirca 350 mg di acido α-linolenico) che aiutano a ridurre il colesterolo LDL.

Clematis vitalba in frutto - Ph. © Domenico Puntillo

Clematis vitalba in frutto – Ph. © Domenico Puntillo

Un tempo godeva grande reputazione il Crescione, in vernacolo Scavune (Nasturtium officinale) che veniva consumato crudo ad insalata. Però una precauzione è necessaria bisogna raccoglierlo in acque pulite e lavarlo adeguatamente per scongiurare di essere infestati dalla fasciola hepatica presente negli escrementi degli erbivori al pascolo. Se si vuole essere certi di scongiurare la malattia che questo parassita produce si può coltivare in coltura idroponica [dal greco ύδωρ (acqua) + πόνος (lavoro)] ovvero nel coltivare le piante direttamente in acqua (idrocoltura).

Lampascione (Muscari comosum) - Ph. © Domenico Puntillo

Lampascione (Muscari comosum) – Ph. © Domenico Puntillo

Ma i pochi ricercatori di piante selvatiche fanno incetta della Grattalingua comune, in vernacolo Ricotteddra (Reichardia picroides), la Rapastrella o Rapristi (Raphanus raphinastrum), la Costolina giuncolina o Lingua ‘i suocera (Hypochaeris radicata), il Lampascione o Cipuddrizze (Muscari comosum), i vari Carduni (Sonchus oleacerus, Sonchus crispus ecc.) e il finocchietto selvatico o Finucchieddru ‘i timpa (Foeniculum vulgare). I più temerari si arrampicano sulle balze scoscese per raccogliere gli Asparagi (Asparagus officinalis). Mentre nelle montagna del Pollino ricercano gli Spinaci selvatici (Chenopodium bonus-henricus) o la Vitalba (Clematis vitalba): tutte e tre le piante vengono consumate in gustose frittate. Nelle boscaglie o nei boschi non molto chiusi altri cercano i turioni del Pungitopo (Ruscus aculeatus) o i getti giovanili del Tamno o Viticella (Tamnus communis) entrambi usate anch’esse in squisite frittate.

Campo di cicorie (Cychorium intybus) in fiore - Ph. © Domenico Puntillo

Campo di cicorie (Cychorium intybus) in fiore – Ph. © Domenico Puntillo

I cercatori di piante selvatiche che abitano lungo le coste hanno l’opportunità di raccogliere due piante dal gusto simile: il Finocchio marino (Chritmum maritimum) e l’Inula (Inula critmoides) che ne ricavano acidule e salse insalate. Ma non è finita. C’è ancora chi raccoglie i fiori di Sambuco o Savuco o Maju (Sambucus majus) per insaporire i biscotti o il pane (maiatico) e quando maturano le bacche le utilizzano insieme ai frutti delle more per farne deliziose confetture.

Stavo per dimenticare i capolini spinosi del Carciofo selvatico (Cynara cardunculus) e del Cardo della Madonna (Sylibum marianum) che, pur richiedendo notevoli difficoltà nella raccolta, opportunamente invasati sott’olio in bocce di vetro ripagano, per la loro bontà, tutto il lavoro necessario alla raccolta.

Portulaca oleracea - Ph. © Domenico Puntillo

Portulaca oleracea – Ph. © Domenico Puntillo

Talora l’uso di alcune piante sembra persino bislacco. Nell’alto Tirreno cosentino si utilizza la Menta poleggio o Pulieu (Mentha pulegium) per confezionare un piatto chiamato Puliata. Ed ancora, in alcuni paesi della Valle del Crati, vengono utilizzate le foglioline tenere della Spina santa comune (Lycium europeum) per farne insalate. E che dire dell’uso di consumare i frutti immaturi di Fico (Ficus carica) in pregevoli frittate all’uovo o quello di consumare le foglie di Salvia (Salvia officinalis) impanate nella farina e poi fritte nell’olio: provare per credere oppure le bucce della Fava (Vicia faba) cotte e poi passate in padella.

Altri usi sembrano invece dimenticati. Così l’uso di ingrassare i tacchini con i pastoni d’Ortica (Urtica dioica) è ormai retaggio del passato. Tuttavia, rammentiamo che opportunamente sbollentati, dai giovani germogli d’ortica passati e impastati con la farina, si ottiene un’ottima pasta dal gusto sublime. Se gli anemici sapessero che l’Ortica è un ottimo emopoietico (dal greco αίμα = sangue e ποιὲω = creare) ovvero che stimola la produzione di globuli rossi sicuramente ne farebbero uso.

Infiorescenze di carciofo selvatico (Cynara cardunculus) - Ph. © Domenico Puntillo

Infiorescenze di carciofo selvatico (Cynara cardunculus) – Ph. © Domenico Puntillo

E per finire c’è da dire che è sopravvissuta ancora l’abitudine di andare per le selve per raccogliere i frutti del sottobosco. Così vengono consumati le Fragole (Fragaria vesca), il Lampone (Rubus ideaus), il Ciliegio selvatico (Prunus avium), e in Sila il Ribes (Ribes multiflorum) e il Cocomilio (Prunus cocomilia). Ultimi, ma non certo per ordine di importanza, i Funghi. E qui c’è da dire che fra i prodotti selvatici sono i più ricercati a livello popolare. A parte le caratteristiche organolettiche, la scienza ci ha svelato il loro valore nutritivo per la presenza di amminoacidi essenziali, vitamine ed alcune sostanze minerali. Ultimamente ha fatto capolino una nuova scienza: la micoterapia ovvero la cura di alcune malattie con i funghi. A titolo di esempio si può citare la Grifola frondosa che si è dimostrata utile per l’abbassamento della pressione arteriosa, per la cura del diabete senile e l’osteoporosi. Un cenno merita anche il Ganoderma lucidum di cui recentemente gli studiosi hanno svelato tutte le proprietà medicinali: farebbe abbassare la glicemia, il colesterolo. Sarebbe anche utile nell’ipertensione arteriosa e infine antiallergenico e antinfiammatorio.

Papaveri (Papaver rhoeas L.) - Ph. © Domenico Puntillo

Papaveri (Papaver rhoeas L.) – Ph. © Domenico Puntillo

Abbiamo volutamente rimandato ad un altro articolo l’uso delle piante spontanee medicinali ed aromatiche o da profumo. In questo quadro, sebbene sintetico, si spera di aver evidenziato il valore delle fitoalimurgia in una società sempre più frettolosa che preferisce i fastfood ai pasti tradizionali.

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Fioritura di carciofi selvatici (Cynara cardunculus) - Ph. © Domenico Puntillo

Fioritura di carciofi selvatici (Cynara cardunculus) – Ph. © Domenico Puntillo

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