Ori della Magna Grecia | Dalla Calabria al British Museum: lo splendore del Tesoro di Sant’Eufemia

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Diadema del Tesoro di Sant’Eufemia, oro, 330-300 a.C. | British Museum, Londra

“Il Tesoro di Sant’Eufemia è probabilmente il più grande e importante ritrovamento di oreficeria greca della Magna Grecia”
Dyfri Williams

di Kasia Burney Gargiulo

Grazie all’oro in cui è magnificamente forgiato, risplende in una delle teche centrali della Sala 73 al terzo piano del British Museum di Londra. Elementi vegetali a spirale, fiori a calice e rosette in filigrana decorano, insieme a tre sottili scanalature e ad altrettante file di minuscoli cerchi punzonati, la superficie di una lunga fascia in oro. La sormonta un frontone centrale al cui apice si distingue un volto. Chissà, forse è Helios, dio del sole, o forse una Gorgone, priva però del proverbiale aspetto orrorifico. Lo spessore della lamina aurea e la robustezza dell’oggetto, insieme a tracce d’un restauro su un punto di cedimento del metallo, indicano che esso è stato realmente indossato. L’affascinante gioiello è un diadema degno d’una figura femminile di rango, un oggetto che dall’alto dei suoi 2300 anni (330-300 a.C.) ci parla delle botteghe di raffinata oreficeria della Magna Grecia del IV secolo a.C. specializzate in tecniche complesse e delicate come martellatura, filigrana, granulazione, cesellatura, e in grado di creare capolavori la cui fama riecheggiava lungo le sponde dell’intero Mediterraneo. Ma ad accrescere la preziosità di questo oggetto è l’esser parte di un ampio corredo funerario oggi composto da una quindicina di altri pezzi – fra cui pendenti, parti di collane, terminali di orecchini a spirale, sezioni di alcune cinture, anelli, frammenti di altri ornamenti femminili e un ampio numero di monete bronzee – ma in origine verosimilmente molto più ricco. Le testimonianze raccolte a fine ‘800 intorno alla scoperta riportano infatti che alcuni degli oggetti che componevano questo vero e proprio “tesoro”, finirono in fusione poco dopo il suo ritrovamento avvenuto in Calabria nel 1865, a Sant’Eufemia del Golfo (oggi S. Eufemia Vetere, frazione del comune di Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro).

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Tesoro di Sant’Eufemia, oro, 330-300 a.C. | British Museum, Londra

IL RITROVAMENTO E LA VENDITA

Sulla scoperta del “Tesoro di Sant’Eufemia” circolano più versioni, ma il luogo di riferimento è sempre lo stesso, la contrada Elemosina (detta anche Olivarelle o Valle), presso l’uliveto di tal Pasquale Francica originario di Monteleone (oggi Vibo Valentia). Il racconto più attendibile sembrerebbe quello che vuole i gioielli rinvenuti da Giovanni Giudice, un sempliciotto detto Qualaro, dopo che una pioggia torrenziale notturna aveva fatto riemergere dal terreno un’antica tomba fra i cui resti brillavano oggetti d’oro. L’uomo li avrebbe raccolti e portati ai due compaesani Francesco Montesanti e Antonio Zarra che, fattisi accompagnare sul luogo, ne reperirono altri, sparsi tra frammenti di ossa umane e cocci di ceramica.  Zarra e Montesanti avrebbero quindi furbescamente acquisito il tutto “per un ottavo di fichi secchi” per poi consegnarlo al custode del fondo che scovò a sua volta qualche altro pezzo, riducendone diversi in frantumi per venderli come oro da fondere. Il proprietario venne a sapere dell’eccezionale scoperta qualche mese dopo e si attivò per recuperare gli oggetti superstiti riuscendo, “dietro non poca difficoltà”, a comprare “a prezzi esagerati quelli che il Zarra e il Montesanti ancora possedevano”. Questa ricostruzione compare nella testimonianza che Domenico Vacchi, sindaco di Gizzeria, rilasciò il 13 dicembre 1884 aggiungendo bizzarramente – se non altro perchè i reperti noti sono di chiara pertinenza femminile – che il sepolcro da cui erano emersi i gioielli si riteneva “essere quello di Agatocle, Tiranno di Siracusa, ove era deposta tutta l’armatura del detto Tiranno”. 

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Veduta del Golfo di Sant’Eufemia, Lamezia Terme (Cz) | Ph. Aurelio Candido

Appena il giorno prima si era espresso sul ritrovamento anche il sindaco di Nicastro, cav. Cesare Materasso, il quale ribadito il presunto legame della tomba con il tiranno siracusano Agatocle,  diede anche una descrizione degli oggetti che il proprietario del terreno sarebbe riuscito a recuperare: “Quattro strisce in oro, facenti parte di una corazza, ritte a metà e da una parte tagliate; quattro strisce d’oro più piccole e molto più sottili; un triangolo in oro con lavori di filigrana che potrebbe essere servito o di frontale al diadema, o di fermaglio alla cintura che sosteneva la spada; una catena in filigrana, di oro, con appeso un medaglione anche in oro, sul quale si scorgono in rilievo diversi emblemi della città di Siracusa; un medaglione in oro con emblemi di detta città; altri piccoli oggetti tutti in oro; delle monete in bronzo sul diritto delle quali si vede la testa di Diana con le frecce nella treccia dei capelli, e nel rovescio il fulmine alato con lo scritto intorno in lettere greche ‘Agatocle Basileo’”. Pressoché coincidente la relazione fornita il 15 dicembre 1884 dal sindaco di Sambiase Domenico Paladino.

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Pendente e catena con terminali a protome leonina, Tesoro di Sant’Eufemia, oro, 330-300 a.C. | British Museum, Londra

Sulla vicenda aveva detto la sua anche Pasquale Giuliani, autore di Memorie storiche della città di Nicastro, e lo fece in una relazione che a differenza delle altre, risalenti al periodo della vendita, è datata lo stesso giorno del ritrovamento. Egli colloca gli oggetti, ritrovati “da due poveri contadini” di Sambiase, all’interno di un orcio incastrato nella voragine di circa due metri scavata da una torrenziale pioggia notturna. I due – sostiene – “ne spezzarono la parete e ne estrassero molta quantità di monete e medaglie quasi tutte di bronzo, moltissimi altri oggetti preziosi di rimota antichità”. Aggiunge quindi di aver personalmente visto una delle monete di bronzo “avente da una parte un fulmine e dall’altra la leggenda ‘Agatocle Basileo’ con testa muliebre di eccellente profilo” oltre a “sei o sette lamine di oro purissimo”, “due o tre ciondoletti”, “una catenella a filigrana”, “una specie di orecchino”. Riferisce infine di aver avuto notizia anche del rinvenimento di “un’elsa di spada di ammirevole lavoro con degli scavi corrispondenti a gemme che dovea contenere”. Al Giuliani si deve anche l’ipotesi che molti degli oggetti rinvenuti fossero parte di una corazza, idea ripresa successivamente anche dai sindaci nelle loro relazioni ma mai provata con certezza.

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Anello a scarabeo, dal Tesoro di Sant’Eufemia, oro, 330-300 a.C. | British Museum, Londra

Un po’ diversa è infine la versione dei fatti che Antonio Francica nel 1885, anni dopo la morte del padre Pasquale, proprietario del terreno, affidò a un opuscolo sul tesoro pubblicato per illustrare il valore del materiale e per promuoverne la vendita: a trovarlo sarebbero stati due contadini imbattutisi per caso nei resti di una tomba dissotterrata dalla pioggia caduta nella notte fra il 7 e l’8 aprile 1865, e “non comprendendo il gran valore degli oggetti rinvenuti, raccolsero quanto più poterono di quel metallo sparso e lo portarono ad una guardia campestre del sig. Pasquale Francica. E se costui “non seppe valutare il pregio artistico di ciò che quei contadini gli avevano portato, ne comprese però il valore materiale, vedendolo d’oro”. L’uomo si fece infatti portare dai due contadini sul luogo del ritrovamento dove “gli fu agevole, scavando sui lati del fosso,rinvenire molti altri oggetti. L’effettiva portata del ritrovamento sarebbe sfuggita agli studiosi perchè “la guardia campestre del sig. Francica, sapendo di commettere un furto, ebbe cura di nascondere gli oggetti rinvenuti ed ignorandone il gran valore artistico li spezzò, li ridusse ad un’informe massa e li vendé al prezzo di semplice oro. In tal modo l’ignoranza di un villano fece finire nel crogiuolo dell’orefice opere d’arte greca della più fine fattura”.

Come si può notare, queste testimonianze – riprese anche dall’archeologo francese François Lenormant nel suo celebre volume La Grande Grèce (La Magna Grecia) – sembrano variazioni intorno a una verità di fondo che le accomuna. Resta il fatto che comunque siano andate esattamente le cose quell’8 aprile 1865, il Tesoro di Sant’Eufemia ad un certo punto finì nelle mani dell’antiquario romano Vincenzo Vitalini dal quale nel 1896 ne acquistò una parte il British Museum. Dall’acquisto rimase escluso a suo tempo un pezzo ritenuto fra i più importanti e cioè un anello a scarabeo che, finito nella collezione del conte Michele Tyszkiewicz, fu successivamente acquistato anch’esso dal museo londinese.

LA “BOTTEGA DI SANT’EUFEMIA” E LA CITTA’ DI TERINA

Dell’originaria entità del tesoro, così come del contesto di rinvenimento, “nulla è possibile ricostruire”, ha affermato l’archeologo Roberto Spadea in un volume sull’argomento. Mentre per quanto concerne il luogo di produzione, le ricerche effettuate dal Dyfri Williams (già curatore della sezione di antichità greco-romane del British Museum) riferiscono della “esistenza di una vera e propria bottega di Santa Eufemia, la quale fa capo ad un maestro cui si deve la progettazione del complesso”. Lo studioso ha comunque evidenziato come sia possibile “parlare di una sostanziale omogeneità di stili che vedono in Taranto il principale centro propulsore, se si considera che due delle altre botteghe ricostruite dal Williams (Ginosa e Crispiano) gravitano intorno a Taranto”. Certo èdice Spadea – che “un rinvenimento così eccezionale”, richiamante in­dubbiamente “l’esistenza di manifatture specializzate ed aperte a scambi e confronti di idee e motivi portati da uomini o segnati in altri oggetti, non poteva essere un fatto isolato”.D’altra parte – aggiunge – lavorare metalli preziosi con la capacità e l’abilità dell’orafo o degli orafi che produssero il complesso lametino, può solo accadere ove vi sia una specifica e costante richiesta di questi beni non certo consuetudinari”. Questo, secondo lo studioso, attesterebbe condizioni di particolare benessere e un’eccellenza degli artigiani locali, in grado di produrre anche per committenze estranee al proprio territorio.

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Moneta di Terina in argento (statere), 380-360 a.C.

Richiamando l’esistenza di “una koinè di modelli e motivi” circolanti con particolare intensità nell’artigianato artistico dell’Italia meridionale, l’archeologo propone quindi un interessante parallelismo con un vaso (hydria) a figure rosse rinvenuta nel 1955 nel corso di uno scasso per piantare un vigneto, in contrada Celsito (o Cerzeto), al confine tra Lamezia Terme e Gizzeria. In quest’opera, donne, uomini ed eroti – protagonisti di una scena di toeletta nuziale – indossano diademi, collane, cinture, bracciali e pietre preziose, in un tripudio di splendore che richiama le atmosfere evocate dal più celebre Tesoro di Sant’Eufemia di cui il vaso è coevo. Significativo anche il richiamo a un frammento lamina bronzea iscritta, dello stesso periodo, proveniente dalla contrada Terravecchia di Santa Eufemia Vetere, che riporta il brano di un testamento relativo a un consistente lascito per un giovane erede, per formalizzare il quale sono chiamati in causa testimoni e un magistrato, segno – osserva Spadea – dell’esistenza di “un insediamento stabile ed organizzato, caratterizzato da classi sociali evolute che, come dimostra il contenuto del documento, hanno raggiunto un buon grado di benessere”. Un’ipotesi non infondata, come ha dimostrato la vasta area archeologica emersa nel 1997, parte di un centro abitato con fasi databili al IV sec. a.C., epoca di fabbricazione del Tesoro. Quello dei gioielli fu un ritrovamento che sommato ai gruzzoli di monete più volte emersi nell’area e ai frequenti frammenti ceramici dissotterati dagli aratri, non poteva non far pensare alla città di Terina, sub colonia di Crotone fondata nel V sec. a.C., collocata dalle fonti antiche sulla costa tirrenica tra Temesa ed Hipponion e“attraverso le cui raffinate monete d’ar­gento – conclude Spadea – è conosciuta l’eccezionale qualità dei suoi orafi.” Un’ipotesi che già l’archeologo François Lenormant aveva formulato nel 1884 e che aveva trovato seguito nelle prime ricognizioni di superficie, purtroppo non seguite da scavi sistematici, compiute nella zona da Paolo Orsi agli inizi del ‘900. Finalmente nel 1997 uno scavo approfondito ha confermato la validità di quella ipotesi.

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Maestro di Sant’Eufemia, Anello in oro con Bellerofonte e Chimera, 340-320 a.C., Paul Getty Museum, Malibu

Alla tesi di un “Maestro di Sant’Eufemia” di origine terinese ma influenzato dall’oreficeria tarantina, c’è però chi contrappone quella di una sua effettiva provenienza tarantina: ciò è quanto risulta ad es. dalla attuale catalogazione del British Museum che pur con un cauto “probably” ricollega il luogo di produzione del Tesoro di Sant’Eufemia con la città di Taranto. Molto più nettamente questa correlazione viene attestata dalla scheda dedicata al “Maestro di Sant’Eufemia” dallo statunitense Getty Museum nelle cui collezioni troviamo uno splendido anello in oro del 340-320 a.C. raffigurante l’eroe mitologico Bellerofonte che uccide la Chimera, scena molto ricorrente sui vasi magnogreci del IV sec. a.C. da cui molto probabilmente è stata tratta. Sull’anello, venduto al Getty dagli svizzeri Fritz Bürki & Son nel 1988, le due figure appaiono contornate da motivi vegetali spiraliformi e floreali in filigrana che riportano verosimilmente alla stessa maestranza del “Tesoro” custodito al British, di cui non è escluso che l’anello sia uno dei pezzi mancanti.

UN BREVE RITORNO

A distanza di appena un anno dalla scoperta della città greca di Terina e dopo oltre un secolo dalla vendita dei reperti, il Tesoro di Sant’Eufemia è rientrato in Calabria nel novembre del 1998 rimanendo esposto al Museo Archeologico Lametino di Lamezia Terme (Catanzaro) fino al 13 gennaio 1999 nella mostra Il tesoro di Sant’Eufemia – gioielli lametini al British Museum.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Bibliografia:

Piero Bevilacqua, ‎Augusto Placanica, Storia d’Italia: le regioni dall’Unità a oggi. La Calabria, Einaudi Editore, Torino, 1985, 960 pp.
Giovanna De Sensi Sestito, Tra l’Amato e il Savuto: storia, culture, territori. Studi sul Lametino antico e tardo-antico, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1999, 490 pp.
Antonio Francica, Oggetti d’arte greca nel secolo III avanti l’era volgare, n.d.
Roberto Spadea, Il Tesoro di Santa Eufemia, San Paolo Tipografica Editoriale, Roma, 1998
Roberto Spadea, Museo Archeologico Lametino: guida, Edizioni ET, Milano, 2002, 111 pp.
Dyfri Williams, Il Tesoro di Sant’Eufemia in “Il Tesoro di Sant’Eufemia – Gioielli lametini al British Museum”, Catalogo della mostra (pp. 13-34), Donzelli Ed., Roma, 1998, pp. 40

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