Castello di Sant’Aniceto: una vedetta bizantina sullo Stretto di Messina

Calabria - Veduta al tramonto del Castello di Sant'Aniceto, Motta San Giovanni (Reggio Calabria). Sullo sfondo lo Stretto di Messina e il vulcano Etna - Ph. courtesy Danilo Mastroddi | CCBY-SA4.0

Calabria – Veduta al tramonto del Castello di Sant’Aniceto, Motta San Giovanni (Reggio Calabria). Sullo sfondo lo Stretto di Messina e il vulcano Etna – Ph. courtesy Danilo Mastroddi

di Rocco Mazzolari

La rupe s’accende di sfumature rosacee mentre il sole cala dietro la montagna di fuoco e il “mare color del vino” non è più soltanto un’immagine letteraria di omerica memoria. Con alle spalle le ultime propaggini aspromontane, lo sguardo raggiunge inebriato l’orizzonte siciliano e l’immensa mole del vulcano Etna spaziando a volo d’uccello su quel crocevia della storia e dei millenni che è lo Stretto di Messina. L’ora del tramonto è assolutamente magica per cogliere appieno la suggestione del luogo il cui racconto non renderà mai giustizia alla visione diretta. Siamo sulla rupe del Castello di Sant’Aniceto, uno dei punti panoramici più mozzafiato della Calabria, nel comune di Motta San Giovanni (Reggio Calabria), un piccolo borgo di poco più di 6 mila abitanti situato in quell’area di cultura grecanica che sotto vari aspetti – a partire dalla superstite tradizione ellenofona appena riconsacrata con l’apertura a Bova (Reggio Calabria) del Museo della Lingua greco/calabra – conserva un filo diretto con la Magna Grecia e con la civiltà bizantina.
 

Veduta della rupe e del Castello di Sant'Aniceto, Motta San Giovanni (Reggio Calabria) - Ph. Comune di Motta S. Giovanni

Veduta della rupe e del Castello di Sant’Aniceto, Motta San Giovanni (Reggio Calabria) – Ph. Comune di Motta S. Giovanni

 
Circa due Km dopo il paese, in Località S. Basilio, si gira a sinistra e, seguendo le indicazioni, si raggiunge la rupe del castello in poco più di 3 Km. Un breve sentiero in salita tracciato fra le rocce e costeggiato da alberi d’ulivo, cespugli di fichi d’india, virgulti selvatici di quercia e qualche esemplare di bergamotto, conduce davanti alla porta d’ingresso del castello fiancheggiata da due torri quadrangolari. Insieme alla cinta muraria costruita in pietra squadrata, laterizi e malta molto resistente, per lunghi tratti ancora quasi intatta, ai resti di altre torri ed ad alcuni ruderi all’interno delle cinta, come quelli di un’imponente cisterna per la raccolta dell’acqua, quel portale e le sue torri sono ciò che resta di una fortificazione bizantina dell’XI secolo, una delle rare architetture altomedievali sopravvissute e restaurate in Calabria. Costruita sulla cima di un’altura fra quelle affacciate sulla città di Reggio, deve l’origine del nome, secondo gli studiosi, alla devozione per l’ammiraglio bizantino San Niceta (Haghios Nikitas), vissuto fra il VII e l’VIII secolo, molto diffusa in Sicilia ed importata in Calabria dai fondatori del kastron che, profughi dall’isola finita ormai in mano agli Arabi, evidentemente vollero intitolare la fortezza al loro santo protettore.
 
Il Castello di Sant'Aniceto, a Motta S. Giovanni. Sullo sfondo lo Stretto di Messina e la sagoma dell'Etna innevato - Ph. © Vince Gelso

Il Castello di Sant’Aniceto, a Motta S. Giovanni. Sullo sfondo lo Stretto di Messina e la sagoma dell’Etna innevato – Ph. © Vince Gelso

 
La fortificazione ha una pianta irregolare che ha evocato in taluni la forma di una nave con la prua rivolta alla montagna e la poppa vero il mare. Ai piedi della collina su cui sorge, sono state individuate tracce di ben quattro chiese bizantine, delle quali una, detta dell’Annunziata e situata all’inizio della salita, presentava un tempo ben leggibile, sulla parete dell’abside, un affresco raffigurante un Cristo Pantocratore con ai lati San Giovanni e la Vergine in preghiera.
 
Il Castello di Sant'Aniceto, a Motta S. Giovanni - Ph. © Vince Gelso

Il Castello di Sant’Aniceto, Motta S. Giovanni – Ph. © Vince Gelso

 
Edificata come postazione strategica di vedetta sullo Stretto di Messina e rifugio utile alla popolazione reggina a seguito dell’intensificarsi delle incursioni saracene lungo le coste calabresi e siciliane, la fortificazione risulta citata per la prima volta in documenti di epoca normanna quando, una volta conquistata, venne ristrutturata ed ampliata con l’aggiunta di alcune torri quadrangolari. Dal XIII secolo divenne centro del feudo di Sant’Aniceto presto finito fra i territori contesi nelle guerre tra Angioini e Aragonesi. Nel XV sec. divenne baronia dominando sui territori di Motta San Giovanni, Montebello e Paterriti. Entrato in conflitto con la città di Reggio, Sant’Aniceto fu conquistato nel 1459 dal duca Alfonso di Calabria, finendo definitamente nelle mani degli Aragonesi. Nei secoli successivi seguì le sorti della Baronia di Motta San Giovanni.
 
Portale e Torri del Castello di Sant'Aniceto, Motta San Giovanni - Ph.  Cirimbillo | CCBY3.0

Portale e Torri del Castello di Sant’Aniceto, Motta San Giovanni – Ph. Cirimbillo | CCBY3.0

 
MOTTA SAN GIOVANNI

Il borgo di Motta S. Giovanni è erede di un insediamento legato proprio alla rocca di Sant’Aniceto e derivò il proprio nome dal monastero di San Giovanni Teologo, forse fortificato sotto il regno Angioino. Il suo territorio si articola in una serie di colline digradanti verso il mare su cui sono disseminate le numerose frazioni, le più importanti delle quali sono Lazzaro e Serro Valanidi. Si tratta di un luogo di antica tradizione agricola e artigianale, soprattutto nella lavorazione della ceramica e della pietra, e proprio la pietra caratterizza il paesaggio del borgo le cui case sorgono spesso direttamente sulla roccia, fra piazze nascoste e un saliscendi di scalinate. Oltre al Castello di Sant’Aniceto, Motta conserva testimonianze di una storia plurisecolare: dai resti della Chiesa della SS. Annunziata con affreschi bizantini, alla Chiesa di S. Giovanni Evangelista in cui si custodisce una statua lignea del XVI secolo, a quella di rito greco della Madonna del Leandro del XVI secolo, anch’essa di origine bizantina, nella quale sono visibili le vestigia del monastero bizantino di S. Maria di Campo, una statua in marmo dell’Assunta col Bambino, un’acquasantiera del ‘600, due tronchi di colonna in gesso del periodo bizantino-normanno e l’effige della Madonna del Leandro. E poi ancora le chiese di San Michele Arcangelo, risalente al XV Secolo, della Madonna del Carmine con la statua scolpita in legno di ciliegio del 1517, quella dell’Addolorata, i ruderi della Chiesa di San Nicola del X secolo e la Chiesa di Fornace. Testimoni di epoche più recenti, il Palazzo Malara e il Palazzo Spinelli della seconda metà del XIX Secolo.

Ma anche le epoche più remote continuano a dialogare con l’uomo moderno grazie ai resti archeologici di Lazzaro. Località rinomata fino agli anni ’60 del Novecento per le sue profumate colture di gelsomino e bergamotto, era già nota ai greci e ai romani come Leucopetra, dal greco antico Λευκοπέτρα (pietra bianca), evidente allusione al colore del vicino promontorio di Capo dell’Armi proteso sul mare con la sua parete a strapiombo di oltre 160 metri. Citata da Cicerone, che vi sostò l’anno successivo alla morte di Cesare, nel 43 a.C., dopo la sua fuga da Roma seguita alla condanna del Primo Triumvirato, Leucopetra conserva ancora i resti della villa del patrizio Publio Valerio che ospitò il celebre giurista, oratore, scrittore e filosofo romano. Numerosi i reperti ritrovati lungo il promontorio di Capo dell’Armi, fra cui alcuni riconducibili alla più remota presenza cristiana e ebraica in quest’area: una iscrizione sepolcrale della Lettera ai Romani di San Paolo, di età protocristiana; un mattone purtroppo perduto con graffito cristiano del IV-VI secolo d.C.; un corredo di oreficeria; una necropoli protocristiana; una lucerna raffigurante la Menorah, il candelabro ebraico a sette bracci forse riconducibile ad una comunità ebraica del IV secolo. Nello stesso luogo sono emersi anche alcuni proiettili in bronzo (ghiande missili), testimonianza di manovre belliche nello Stretto di Messina in occasione della guerra navale fra Ottaviano e Sesto Pompeo nel 42 a.C. Dal territorio di Lazzaro provengono anche le statuine fittili ritrovate in una stipe votiva dedicata al culto della dea Demetra (V-III sec a.C.), oltre ad alcune figure femminili, sempre in terracotta, databili intorno al IV secolo a.C., riconducibili probabilmente allo stesso culto o a quello di Persefone.

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Il Castello di Sant’Aniceto, Motta S. Giovanni – Ph. © Vince Gelso

Il Castello di Sant’Aniceto, Motta S. Giovanni – Ph. © Vince Gelso

 

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